Sicurezza
Il vigile del fuoco in ginocchio e la bottiglia d’acqua del collega
Lo scatto di Claudio Cuffaro dopo l’intervento a Palazzo Forti per un grosso incendio nel sottotetto
CARRARA. Si vedono in primo piano le suole degli scarponi. Nere e spesse. La schiena curva, infagottata nella divisa verde scuro, le bande gialle. E poi una macchia di colore, quel casco rosso. Rosso come il fuoco. Appoggiato sulla strada.
I colori. Gli scarponi pesanti che stridono con il caldo torrido di queste ore. E nessuna faccia. Si vede appena quella del vigile del fuoco inginocchiato, stremato. I colleghi gli stanno attorno. E c’è una mano che gli porge una bottiglia d’acqua.
La foto di Claudio Cuffaro che pubblichiamo qui accanto è stata scattata venerdì alle 19.30, nel cuore di Carrara, durante un intervento dei vigili del fuoco chiamati a domare un grosso incendio divampato nel sottotetto di palazzo Forti. Non ci sono stati feriti (l’edificio è stato venduto all’asta e dovrebbe diventare una residenza destinata agli studenti dell’Accademia) ma c’è stato fumo, parecchio fumo. E il pericolo che quel palazzo storico potesse essere danneggiato. I vigili del fuoco non hanno esitato a entrare nelle soffitte del palazzo, anche quando il fumo era davvero intenso. Hanno fatto il loro. Come sempre.
E poi c’è questa foto. La foto della fatica, della solidarietà e della dedizione a un lavoro che per 1400 euro al mese (questa la paga media di un vigile del fuoco) ti porta sempre dove c’è una emergenza. Spesso ti porta dove ci sono le fiamme. Dove il caldo è davvero insopportabile. È un pugno allo stomaco per chi, dalla postazione in ufficio, con il refrigerio del condizionatore si lamenta dell’afa. Ci sono quegli scarponi neri con le suole spesse. Quel casco abbandonato a terra e la divisa pesante. A noi sembra una foto straordinaria, un piccolo simbolo. Rappresenta la fatica di chi sta facendo qualcosa per gli altri.
Omar Strenta, vigile del fuoco e coordinatore della Cgil, non la pensa così. «Per noi questa è la normalità – ci spiega – Siamo in prima linea, con mezzi che spesso sono vecchi di vent’anni. Con protezioni che non sono al passo con la modernità. Noi ci siamo ed è la paura che ci fa tornare a casa, ogni giorno. Devi lavorare con lei, ce lo insegnano ai corsi».
Per uno come Omar questa immagine non è un’eccezione. È naturale, è l’anima e l’istinto di un lavoro che si può fare solo dando tutto, anzi, qualcosa di più di tutto, ogni giorno. Lì intorno ci sono i colleghi. La mano che cerchi nel pericolo, la protezione e la solidarietà di chi combatte la tua stessa battaglia. La mano di chi ti avvicina una bottiglia d’acqua. –
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