Il dolore
«Cercò di uccidere», ma il Riesame lo libera
La vicenda del presunto tentato omicidio per questione di cuore ricostruita anche dalla Corte di Cassazione
CARRARA. Secondo l’accusa, aveva cercato di uccidere un connazionale tentando di investirlo con l’auto in retromarcia: questa l’accusa nei confronti di un cittadino del Marocco, 34 anni. Una vicenda efferata, i cui particolari si vengono a conoscere grazie alla sentenza della Cassazione con la quale i giudici della Suprema Corte prendono in considerazione il ricorso presentato dall’avvocato del nordafricano, Matteo D’Amico contro l’ordinanza del Gip dello scorso 16 gennaio. Ma una ricostruzione parallela, del tribunale del Riesame, ha invece portato nel frattempo alla liberazione dell’imputato.
Come si ricostruisce nella sentenza della Cassazione, il Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Massa, dopo l'udienza di convalida del fermo, aveva applicato la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti del marocchino per il delitto di tentato omicidio in danno di un connazionale: si sarebbe messo alla guida di un'autovettura e cercato per due volte di investirlo, non riuscendo nel proprio intento per cause indipendenti dalla volontà in quanto in entrambe le occasioni - secondo questa ricostruzione - la vittima dell’attacco si era riparato dietro un muretto e dietro la propria autovettura, riportando così lo schiacciamento della mano destra e la conseguente amputazione di due dita; i giudici spiegano che vi erano le aggravanti dei motivi abietti e futili, consistiti nell'aver commesso il fatto «per la pretesa di frequentare la compagna della persona offesa».
Era l’11 gennaio scorso. A inchiodare l’accusato, secondo gli investigatori, le dichiarazioni della persona ferita e di tre operai che si trovavano a lavorare nelle vicinanze del luogo in cui avvennero i fatti e che hanno riferito che per ben due volte l’assalitore diresse la propria autovettura, innestando la retromarcia per prendere la necessaria velocità. Era stata la compagna del ferito a spiegare la presunta causale del fatto, dichiarando che l’accusato aveva mostrato interesse nei suoi confronti in più occasioni, importunandola anche mediante messaggi Whatsapp. Aveva pure riferito che, ancora dopo il fatto, aveva inviato, mediante messaggi Whatsapp, ulteriori minacce di morte al ferito.
L’accusato si era difeso sostenendo di essere stato a sua volta aggredito dal connazionale, ma sul momento le testimonianze avevano portato all’incarcerazione, ritenendo sussistenti il pericolo di fuga e di reiterazione del reato. Ma al ricorso in Cassazione il difensore ha poi rinunciato perché, come detto, il tribunale del Riesame ne ha disposto la scarcerazione, l’imputato è libero.
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