Il dolore
«Macché docce pericolose paghiamo soldoni a Gaia»
Marco Lucetti, presidente Ageparc: i nostri pozzi sono sigillati da decenni Sui dati: distinguiamo costa da zona industriale. Diversa la situazione nei bagni
massa. Hanno di che preoccuparsi campeggiatori e balenari in quel di Partaccia. Non bastava il meteo che il turismo lo sta mettendo ko, non bastava il divieto di balneazione e quegli Escherichia Coli che si fanno beccare in acqua ai prelievi di Arpat. Ci sono pure - e questo forse è il problema più grosso- i dati di Sogesid. Che la fascia di litorale della Partaccia, in cui sorgono non soltanto decine di bagni, ma pure una miriade di camping, fosse all’interno del sito di interesse regionale. è cosa nota. Nota perché da quelle parti, per decenni, non si è mosso neppure un granello: nessun ripascimento, nessun ritocco alle scogliere. E proprio perché l’area, ora di competenza regionale, era interamente affidata ai via libera del ministero dell’ambiente. E non a caso, quindi, le analisi Sogesid le ha fatte anche in quella zona e anche per quella zona vale l’ordinanza con cui il sindaco Persiani vieta la captazione di acqua dalla falda in tutti i pozzo compresi tra il Fiume Frigido e il Lavello.
Nessun problema - parola di Lucetti - per i campeggi: i pozzi nei camping ci sono eccome, ma sono sigillati. Dal 1982 quando, dopo i primi accertamenti, l’allora primo cittadino vietò di prelevare anche una sola goccia dal terreno: «Ci sono colleghi che, a quasi 40 anni di distanza, su quei pozzi hanno pure costruito marciapiedi a dimostrazione che la captazione non c’è». E a dimostrare che i pozzi sono chiusi - assicura il presidente di Ageparc - ci sono pure le bollette di Gaia: paghiamo decine di migliaia di euro. C’è chi supera quota 60.000. Così non sarebbe se non usassimo l’acqua dell’acquedotto per le docce e per il lavaggio delle stoviglie. Insomma, per Lucetti l’alto costo della bollette pagata al gestore è la conferma che l’acqua del pozzo nei camping del litorale non viene utilizzata.
Altro capitolo quello sugli stabilimenti balneari. Perché sulla spiaggia il via libera alla captazione è arrivato anche dopo il 1981: ci sono concessionari che ogni anno pagano il canone di concessione di circa 250 euro per poter prelevare acqua. Acqua - almeno nei casi di cui noi siamo a conoscenza - destinata all’irrigazione. Acqua per fiori e prati verdi, non per l’igiene dei bagnanti che la sabbia e il salmastro da dosso dovrebbero toglierselo utilizzando acqua dell’acquedotto. Solo irrigazione, niente docce e, meno che mai, bevute. In ogni caso a ricordare i divieti in vigore dal 1981 è arrivata, fin da ieri, l’ordinanza del sindaco che il no alla captazione lo estende anche all’irrigazione.
Marco Lucetti, assicurato che i pozzi nei campeggi sono chiusi - e da parecchio - ci tiene a fare dei distinguo. Distinguo tra la presenza di agenti inquinanti rilevata nell’area del polo chimico dismesso e quella rilevata, invece sulla costa: «Sul sito dell’Arpat sono riportati tutti i dati. Invito a consultarli. Chiunque guardi con attenzione la cartografia relativa ai vari agenti inquinanti oggetto di indagine, accerterà che non ci sono sforamenti importanti nell’area in cui sorgono campeggi e stabilimenti balneari. Si rilevano pochissimi sforamenti, in punti isolati, relativi, per esempio agli antiparassitari».
L’invito, quindi, a ponderare e contestualizzare distinguendo il “profilo” ambientale della zona industriale apuana da quello dell’area di costa. —
Chiara Sillicani
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