Gioco
Muore di asbestosi l’operaio del Pignone che combattè contro l’amianto in fabbrica
Angelo Spigarolo fu tra i primi a fare causa all’azienda e a ottenere un risarcimento. L’avvocata Cervia chiederà l’autopsia
Un’ora per raccontare quarant’anni di lavoro, otto pagine di appunti. Fittissimi, non dava il tempo alla penna di tradurre l’impulso partito dal cervello che già ripartiva: la gioia dell’assunzione, il lavoro duro, il calore in officina che strina la pelle fino a farla diventare come quella di un pollo, le battaglie sindacali. L’amianto. Era solo per quello che ogni tanto si doveva fermare, per prendere fiato. Ne aveva bisogno, il nemico invisibile respirato in fabbrica assediava i suoi polmoni: come eredità una gravissima asbestosi, una Bpco. E di recente una cosa nuova, un’interstiziopatia. “Mi scuso per le pause, ma è un miracolo che ancora respiri”, raccontava Angelo Spigarolo.
Ora è morto Angelo. A 74 anni. Intubato all’ospedale Noa, per le complicazioni da polmonite era in ospedale da quasi un mese. Negli anni Ottanta fu uno dei primi a fare causa all’azienda, uno dei pochi a vedersi riconoscere il danno per la malattia derivata dall’esposizione lavorativa. Aveva qualche scetticismo sulla recente battaglia per riuscire a convincere la Bhge a tornare indietro nella richiesta di 95mila euro per le spese legali: «Vediamo, vediamo come andrà, è dura». Ma non l’aveva mollata, al fianco dei suoi compagni di lavoro: «Bisogna andare avanti, se ne sono fregati per tanti anni. La politica, il sindacato, tutti: le campate dove si lavora ancora adesso sono costruite sui morti».
Lui il sindacalista lo aveva anche fatto in fabbrica, con la Cisl. Gli si disegnava ancora in volto lo stupore quando raccontava della scoperta della pericolosità dell’amianto, come se fosse la prima volta che lo sentisse. «Pensare che per noi operai era un amico, ci proteggeva dal calore, all’inizio non ci volevamo credere nemmeno noi che facesse male. Oggi dicono che l’amianto non c’era più dal 1978 e mi ribolle il sangue», tuonava nella sua cucina mentre affrontava la quinta pagina di appunti. «La mia squadra è quasi scomparsa, eravamo 52. Pochi sono arrivati alla pensione, sono morti giovani. A me è rimasta questa compagna, per quando voglio respirare aria buona di montagna, come sul Cervino». Ci scherzava su, mano sulla bombola d’ossigeno, odiata protesi sempre al suo fianco. Si ammorbidiva, per riconoscenza, parlando della medicina del lavoro. «Ricordo quando arrivarono con il furgone per i controlli, una cosa improvvisata dopo le nuove norme stabilite dallo Statuto dei lavoratori. Le cose allora lottando si prendevano. E i dottori si sono spesi sempre molto per noi, ci hanno detto cose importanti. Vorrei ringraziarli uno per uno».
«Non si fermi, mi raccomando, signor giornalista. C’è bisogno di raccontarlo, con occhi nuovi, senza fermarsi, voglio giustizia per quel che ci hanno fatto». Ci congedammo così in quel nostro unico, intenso incontro. Poi le chiamate per ogni articolo uscito in edicola, a spiegarmi cosa andava e cosa no. Le cose che lo facevano incazzare. «Un giorno ci vediamo, ti faccio parlare – eravamo passati al tu – con il consiglio di fabbrica che c’è oggi, sono in contatto. Ce ne sono ancora cose che non vanno». Rimasi fermo a quell’attesa, seppi solo dopo che era in ospedale. Con leggerezza, immaginai fosse un controllo di routine. Per uno come lui, martoriato dalle malattie, gli ospedali purtroppo erano una costante. Mi aspettavo di incontrarlo all’incontro con l’azienda per la proposta di accordo, ci teneva. “Angelo sta male, molto”, mi disse uno degli operai ex Pignone. Lì capii che la situazione era seria. Non avrei potuto salutarlo.
L’avvocata Nicoletta Cervia, suo legale, chiederà l’esame autoptico. I funerali saranno domani alle 15,45 alla Madonna del Pianto a Castagnola. Ha combattuto fino alla fine, ha vissuto il suo tempo, un tempo complicato, non solo da testimone. Se l’amianto non gli avesse tolto il fiato lo avrebbe fatto ancora. —
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