Gioco
«Per chiudere la fabbrica al referendum andarono a votare pure gli anarchici»
al meucci il progetto “dalla scuola al territorio”
. Studenti in prima linea, già oggi ma si spera sempre più in futuro, nella lotta per la conservazione dell’ambiente nel nostro territorio.
La presentazione al Teatro dei Servi del progetto “Dalla scuola al territorio”, che ha coinvolto gli studenti dell’Istituto di istruzione superiore “Antonio Meucci”, oltre a fare il punto sul disastro ambientale e sanitario dovuto alla mancata bonifica della zona industriale apuana, che sta per partire solo ora, quasi 30 anni dopo la chiusura del polo chimico, è servito anche a ricordare che la lotta contro la Montedison/Farmoplant e le altre industrie inquinanti aprì sul nostro territorio un aspro conflitto fra chi difendeva le ragioni del lavoro (quelle fabbriche impiegavano migliaia di operai e tecnici) e chi metteva in primo piano la tutela di ambiente e salute.
A concentrarsi su questo aspetto è stato l’intervento di Alessio Menconi della Camera del lavoro apuana Cgil, il quale ha sostenuto che il suo sindacato, all’epoca fortemente condizionato dalla politica, difendeva il diritto al lavoro, pur comprendendo l’importanza del problema ambientale.
Nel 1987, in effetti, il Pci, in quello che fu il primo referendum consultivo in Europa finalizzato alla chiusura di una fabbrica di morte -la Farmoplant appunto- si schierò per il No, pensando ai lavoratori che avrebbero rischiato il posto: 386, più altri duecento dell’indotto. Vinse invece il Sì, con una maggioranza schiacciante.
Per capire meglio come andarono le cose è utile ricordare quali furono gli schieramenti contrapposti in quel referendum, che coinvolse i comuni di Massa, Carrara e Montignoso (circa 142mila abitanti) e vide il 71,70% dei votanti pronunciarsi a favore della chiusura e dello smantellamento della Farmolant. «Medicina Democratica -ha scritto nell’articolo “Per un amico” (2018) Liliana Cori, esperta di comunicazione in ambiente e salute all’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa,- è riuscita a tenere assieme tutti i soggetti sociali coinvolti per ben oltre un decennio, inclusi gli anarchici, che per la prima volta sono andati a votare sostenendo il quesito del referendum proposto dal Comitato costituito dall’Assemblea permanente di Massa Carrara, da Medicina Democratica, dalle Acli locali e da Democrazia Proletaria, contro tutti gli altri partiti, tutti i sindacati, la lega delle cooperative, la Curia, la Montedison e la Confindustria».
Secondo Fabio Paternò, però, all’epoca presidente regionale di Legambiente ed autore dell’articolo “Dalla nascita della zona industriale al caso Farmoplant” (1988), si sarebbero levate voci critiche verso la fabbrica anche dall’interno del Pci e della Cgil, nonostante il sostegno garantitole dalle rispettive segreterie provinciali, a quel tempo favorevoli.
«Un primo segnale inequivocabile -afferma Paternò- venne da un’assemblea pubblica della sezione del Pci di Alteta, la frazione limitrofa allo stabilimento, dove, presenti il segretario provinciale del Pci e quello della Cgil, i militanti comunisti dichiararono che avrebbero votato per il primo quesito (quello che proponeva la chiusura della Farmoplant, ndc) e li criticarono duramente».
Paternò, inoltre, ricorda che annunciarono pubblicamente il loro voto contrario allo stabilimento anche “diversi esponenti del Comitato Federale del Pci di Massa-Carrara, la Cgil Scuola, numerosi medici ospedalieri” ed il chimico Giorgio Nebbia, deputato ed eletto nelle file del Pci al consiglio comunale di Massa come indipendente di sinistra. —
David Chiappuella
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