Il Tirreno

Massa, veleni nella falda: quell'acqua si beve ancora. L'Asl chiede di vietarla

Tiziana Gori
Una veduta dell’area ex Farmoplant (Foto Cuffaro)
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Una veduta dell’area ex Farmoplant (Foto Cuffaro)

L’Azienda sanitaria sollecita i Comuni affinché emanino ordinanze per proibirne l’uso a scopo potabile e irriguo in aree, anche private, risultate contaminate

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MASSA. L’Unità funzionale Igiene e Sanità pubblica della zona apuana, diretta dalla dottoressa Vincenza Bianchimani, ha ricevuto la nota Arpat con i dati delle analisi eseguite dal ministero dell'Ambiente su 147 pozzi disseminati in un’area che va dal Carrione al Frigido. I luoghi della grande industria chimica apuana, dismessa da 30 anni ma i cui veleni sono ancora presenti nelle falde acquifere, tanto da far riaffiorare l'incubo Farmoplant. Il passo immediatamente successivo è stato l’invio da parte dell’Asl di una mail ai sindaci dei Comuni di Massa e Carrara, responsabili sanitari sul territorio, e alla Regione Toscana. Con l’invito a proseguire nelle misure già in atto e ad estenderle nelle nuove aree inquinate emerse dai campionamenti. Anche aree di privati cittadini.

Ordinanze ce ne sono già e sono state fatte a ripetizione nel corso dei decenni, sia dal Comune di Massa che da quello di Carrara e anche dalla Provincia. La sollecitudine dell’Asl è a proseguire su questa strada e ad integrare con ordinanze specifiche in luoghi “scoperti”. Va proibito l’uso dell’acqua a scopo potabile e irriguo in terreni risultati inquinati.

Si parla di oltre mille pozzi da sigillare, residenziali e non, in una fascia compresa tra l’Aurelia e il mare, dal Lavello al frigido. Una misura d’emergenza da mettere in atto in tempi strettissimi. Intanto l'Arpat, su richiesta della Regione Toscana, e dopo gli articoli di stampa, pubblicherà stamani sul proprio sito i dati delle analisi sull'inquinamento della falda idrica. I risultati verranno illustrati «dettagliatamente» nei prossimi giorni.

Metalli pesanti, idrocarburi, solventi clorurati, e pure pesticidi. Sono veleni che si trovano un po’ ovunque sotto i nostri piedi. Di «risultati sconcertanti» parla il professor Riccardo Petrini, docente di geochimica ambientale al Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa. «Si va da composti organici a composti inorganici, con livelli di concentrazioni altissimi. Ho letto 3mila di benzene, sono numeri fuori dalla grazia di Dio. Quella è un’area dove i cittadini si sono mobilitati da tempo: cava Fornace, cava Viti... È una vecchia storia. Ma questi livelli di contaminazione diffusa non li conoscevo. Mi sembra una cosa certamente da approfondire, e grave».

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In un incontro organizzato dai comitati cittadini locali a Pietrasanta, poche settimane fa, hanno parlato alcuni epidemiologi e sono emersi, ricorda il prof Petrini, «per cause da chiarire, eccessi di mortalità in tutta la zona della costa nord della Toscana».

Il disinquinamento? Non si potrà fare a meno di bonifiche «con rimozione dei suoli inquinati». Il professor Luca Sebastiani, direttore dell’Istituto di Scienze della vita e coordinatore dei laboratori biologici al Sant’Anna di Pisa, aspetta l’esito dei risultati ufficiali. Il suo Istituto studia l’utilizzo delle tecnologie green, come gli alberi, per il disinquinamento. «Hanno impatto minimo e non distruggono il suolo». «Ma in condizione estreme, come si prefigura essere questa, con la chiusura dei pozzi, probabilmente si dovrà intervenire con misure di carattere “classico”, come le bonifiche con rimozione dei suoli inquinati, e trattamenti chimici per stabilizzare queste sostanze o distruggerle all’interno del sito il più rapidamente possibile. Serve una mappatura delle zone inquinate, serviranno chimici industriali e chimici del suolo. Una volta capito dove e a che profondità è presente l’inquinamento si potrà cominciare a ragionare sulle tecnologie da usare». 

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