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«Non fu un fatto accidentale, il rischio crollo era prevedibile»

Libero Red Dolce
«Non fu un fatto accidentale, il rischio crollo era prevedibile»

Carrara, nel 2016 il cavatore morì schiacciato da una scaglia, imputato è il fratello Era al lavoro sotto il blocco, per il tecnico Asl «fu sottovalutato il pericolo» 

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«No, non fu un fatto accidentale. Se so che c’è una situazione di potenziale pericolo si tratta di un fatto accidentale, che capita, ma era prevedibile». Con queste parole il dottor Mauro Malacalza, dell’Asl prevenzione e sicurezza sul lavoro, valuta l’incidente mortale alla cava 5 Piastriccioni della ditta Calacatta Zeta del settembre 2016 che costò la vita a Mauro Giannetti.

Con questa prima importante testimonianza, Malacalza è uno dei testimoni voluti dalla pm Alessandra Conforti, si apre la fase dibattimentale del processo che vede al banco degli imputati il fratello di Giannetti, Zelino Giannetti detto Stefano. L’accusa è di omicidio colposo, l’uomo è difeso dall’avvocato Ferdinando d’Aniello.

Malacalza descrive inizialmente la scena che i tecnici Asl si trovano davanti all’arrivo in cava. «Sul piazzale c’era un blocco di marmo delle dimensioni di sette metri, tagliato da una bancata. Dei lavori iniziati già un giorno prima. Erano stati eseguiti due tagli al blocco e sul fronte c’era una scaglia si era staccata. Sotto c’era il povero Mauro Giannetti. La scaglia era aggettante, cioè nel momento in cui ha perso il suo equilibrio per via del taglio, il suo equilibrio rispetto al blocco competo è venuto meno e si è staccata. Il baricentro non era supportato». La giudice Antonella Basilone, di recente trasferita nel tribunale apuano, chiede una precisazione al tecnico per dissipare la nebbia del linguaggio tecnico. «Insomma uno dei due tagli ha incrociato una linea di frattura». E Malacalza conferma.

Ed è proprio rispondendo a una domanda dell’avvocato difensore che Malacalza entra nel merito della ricostruzione fatta dai tecnici Asl dopo l’incidente. «Siamo arrivati un’ora dopo il fatto», dice rispondendo all’avvocato, che lo incalza sulla possibilità che la frattura fosse evidente. «Da chi è esperto di cose di cava sì, c’era un’ossidazione. Inoltre un altro elemento ci conferma che la frattura era stata vista e probabilmente sottovalutata. Sotto al blocco infatti c’erano segni di battitura, come se si fosse provato a staccarla, senza evidentemente riuscirci».

Giannetti, insomma, secondo questa ricostruzione si trovava probabilmente accucciato sotto il blocco per calzarlo e successivamente distaccarlo. La posizione degli attrezzi ha fatto ritenere ai tecnici che si trovasse lì per togliere la calzatura. A manovrare invece la ruspa c’era proprio il fratello Stefano, che lo ha visto morire sotto ai suoi occhi.

La pm Conforti poi vira sulla questione delle competenze e sulla formazione: «I sorveglianti erano i due fratelli, Mauro da anni lavorava nel settore, ma non c’era un documento su formazione specifica in questo senso».

La difesa si è limitata a brevi domande nel contro interrogatorio, la sua linea si chiarirà con l’andare del processo. L’idea probabilmente è che Giannetti si trovasse lì proprio per assicurare il blocco considerato pericoloso. Rinvio al 4 luglio, con altri testi della pm. —

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