Gioco
L’addio all’imprenditore Pierluigi Maneschi figura-chiave della portualità italiana
Era originario di Villafranca Lunigiana, è deceduto a Trieste ma era livornese d’adozione
Il personaggio
Era nato fra le colline della Lunigiana, a Villafranca, ma il segno nella storia l’ha lasciato in riva al mare: a Livorno, dove aveva il quartier generale di gran parte del suo impero economico (tranne che per Italia Marittima); a Genova, dove aveva contribuito a far decollare il terminal di Voltri, il più importante del nostro Paese; a Trieste, dove era stato il protagonista dell’exploit dello scalo adriatico trainandone lo sviluppo con le performance del Molo VII.
L’imprenditore Pierluigi Maneschi è stato una delle figure che hanno messo il sigillo sulle vicende della portualità made in Italy degli ultimi vent’anni: si è spento nella sua abitazione triestina, nello stesso Palazzo Ralli in piazza Alberto e Kathleen Casali che ospita la sede locale della Confindustria.
Ma le radici del suo impero economico sono rimaste in buona parte labroniche: al civico 9 sugli scali Cerere, fra la Dogana d’Acqua e l’Asa, hanno sede la Gsi Logistic srl, la Green Finanziaria e la Evergreen Shipping Agency (Italy) metre la T.O. Delta, che ha uffici in varie zone del mappamondo ha spostato il campo base in quella Trieste che negli anni ha sentito sempre più come casa (anche se una sede anche a Livorno è peraltro rimasta).
Fra poco più di quattro mesi avrebbe spento 79 candeline sulla torta di compleanno nel giorno dell’equinozio d’autunno: ma, benché il figlio Antonio abbia naturalmente sempre più acquisito la leadership all’interno del gruppo, per il padre Pierluigi l’autunno sembrava ancora di là da venire. La data dei funerali non risulta ancora fissata: con ogni probabilità verrà stabilita oggi.
Chi l’ha conosciuto bene dice che Maneschi non aveva mai avuto paura di guardare più lontano: già da quando era nient’altro che un impiegato alla Coe & Clerici e si era fatto da solo, un pezzo per volta, prima all’interno dell’agenzia e poi “navigando” da agente marittimo e poi andando in mare aperto con le sue navi.
Lo aveva fatto, ad esempio, quando in mezzo allo scetticismo di tanti operatori aveva deciso di scommettere sui container come locomotiva dello sviluppo dei trasporti via mare. Non basta: aveva fatto il salto da agente marittimo a armatore di flotte ma quando era venuto il momento era stato fra i primi a intuire che le compagnie di navigazione sarebbero, come suol dirsi, “scese a terra” per andare alla conquista dei terminal.
Era stato il timoniere del nuovo terminal di Voltri negli anni in cui la Fiat praticamente si era ritrovata in casa una società che sarebbe stata decisiva. Capirono l’affare ma non erano pistoni né spinterogeni e non era quello il mestiere con cui avevano dimestichezza: avevano bisogno di qualcuno che ne sapesse e lì incrociarono la strada di Maneschi.
L’ultimo tassello del puzzle possiamo scovarlo nel lungo colloquio che l’imprenditore livornese aveva avuto con il cronista del “Piccolo” per raccontare del futuro degli affari in quella Trieste che era la sua città di adozione.
Senza giri di parole aveva affrontato anche i problemi che, in questi anni difficili, ha una grande compagnia come la sua Italia Marittima costretta a fare i conti con la sparizione di 50 dei 180 posti di lavoro sul fronte del personale amministrativo (compiuto però, «in maniera indolore» dal punto di vista sociale «con l'assenso dei sindacati attraverso pensionamenti, buonuscite e trasferimenti nella società terminalistica»). Del resto, la flotta era scesa a 27 navi dopo che dieci anni prima costituita «da una quarantina di full container lungo le rotte da/per l'Estremo Oriente» (con «meno navi nostre e accordi intensificati con le altre compagnie»).
Ma in quella pagina del Piccolo datata agosto 2018 c’è anche qualcos’altro: la confessione di non essere affatto ottimista riguardo alle dinamiche del trasporto marittimo che corrono verso il gigantismo di navi sempre più enormi.
Chissà se anche questo è un segnale anticipatore: è quel che dice anche il prof. Sergio Bologna (e, detto per inciso, si è sgolato per anni a ripetere anche l’allora numero uno dell’Authority labronica, Giuliano Gallanti). Forse Maneschi, Bologna e Gallanti non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro per ruoli, scelte, convinzioni, modi d’essere eppure sembrano condividere il dubbio che il gigantismo possa portarci tutti contro gli scogli anziché verso una nuova fase di sviluppo dei traffici. —
Mauro Zucchelli
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