Il Tirreno

morto in cava nel 2012 

Il tecnico in aula sul crollo «Era difficile prevederlo»

Libero Red Dolce

Il perito di parte illustra un modello che ricostruisce cosa accadde quando morì Luciano Cappé a Calocara «Colpa di una discontinuità»

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«Dire a posteriori quali siano state le cause del crollo, ricostruendo con un modello, è facile. Farlo prima dell’evento era molto più difficile». Al processo per la morte del cavatore Luciano Cappè morto in cava Calocara nel settembre 2012, il perito di parte, il professor Giovanni Barla, del Politecnico di Torino, “assolve” dalla responsabilità chi doveva vigilare sulla sicurezza quel giorno. Alla sbarra ci sono Rina Brizzi 61 anni di Carrara, titolare della Fb , Massimo Gardenato, 51 anni di Carrara, direttore responsabile della cava e responsabile del servizio di prevenzione e protezione, Giorgio Luciani 54 anni di Carrara, sorvegliante della cava, Giovanni Ferri, 55 anni di Carrara, direttore responsabile della cava. Per tutti l’accusa mossa è di omicidio colposo.

A domanda precisa dell’avvocato Enrico Marzaduri sulla possibilità che chi dirigeva i lavori potesse valutare una discontinuità nel blocco – una sorta di spaziatura nel marmo che secondo il professore avrebbe causato il crollo – il tecnico ha risposto che «erano state fatte le valutazioni sulla base dell’evidenza. Ed era molto difficile, pur avendo fatto le giuste considerazioni, stabilire senza un modello a posteriori cosa sarebbe accaduto. Il taglio orizzontale era finito e quello di schiena era in corso. Il blocco si mobilita soltanto quando il taglio di schiena è finito».

La pm Debora Bracco ha poi interrogato a sua volta il teste, basandosi in particolare su quanto era stato scritto nella relazione dall’ingegnere dell’ispettorato del lavoro. Una questione tecnica, ma che si può riassumere nell’ipotesi che aver lasciato due colonne di fianco al blocco poi crollato sia stato una delle cause dell’evento. Circostanza, che stando alla ricostruzione del professor Barla, sarebbe da escludere. «La colonna 1 non poteva essere abbattuta, così come la due perché di fianco c’era un vuoto di almeno 16 metri. Lavorare lì con l’escavatore era un rischio grosso per la sicurezza».

La linea dell’accusa però riguarda anche le modalità che furono scelte quel giorno per l’escavazione. Si contesta infatti che i tagli verticali siano stati fatti dal basso e non dall’alto; questo perché s’ipotizza che si volesse così fare più in fretta.

C’è poi la posizione di Cappè al momento dell’incidente, secondo l’accusa troppo vicina al blocco e dunque pericolosa. E anche su questo argomento, cioè sul modo in cui si è lavorato in cava, sarà sentito nella prossima udienza, fissata dalla giudice Alice Serra per il 6 maggio, un consulente di parte. A difendere Ferri è l’avvocato Adriano Martini, l’avvocato Luca Lattanzi difende Brizzi, l’avvocato Enrico Marzaduri per Gardenato e l’avvocato Tania Vatteroni le parti offese, i familiari di Cappè. —

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