La protesta
Nelle sculture santuario Isao Sugiyama ci parla della sua religiosità
La copertura è in legno, ad incastri, per timore di ferire con i chiodi lo spirito che dimora nel materiale. Osservare il “piccolo” per pensare al “grande”
Lo scrittore e appassionato d’arte Paolo Cucurnia ha scritto questo ritratto dell’artista Isao Sugiyama
Cenando, l'altra sera, nel ristorante Garden di Bocca di Magra del nostro comune amico Mario Guelfi, lo scultore giapponese Isao Sugiyama raccontava d'essere sempre stato attratto, fin da bambino, dal modellismo in generale e da quello navale in particolare.
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Delle navi la cosa che più lo affascinava era l'ossatura. Dapprincipio poté soddisfare questa sua passione solo in parte perché il padre, reduce dal secondo conflitto mondiale come carrista, gli regalava solo modellini di carri armati imponendogli quel tipo di costruzioni. Quando poté finalmente dar libero sfogo ai suoi sogni, non solo riprodusse navi con particolare riguardo agli ossami ma, dopo essere divenuto un affermato scultore, trasformò questi ultimi nelle nude travi che adesso, senza fasciame, la "pelle" di copertura, nei suoi santuari costituiscono i tetti della “navata”; il nome, non è un caso, deriva da “nave”, per similitudine con lo scafo capovolto che incombe sul capo ai fedeli. Le travi ricordano chiglia e staminali, quali avanzi delle imbarcazioni che, dopo aver solcato e combattuto insidiosi flutti, trovano alfine in questi sacrari, l'ultima quiete come estremo atto dovuto a Dio. C’è, nelle sculture santuario di Isao Sugiyama nato a Shimizu Shizuoka nel 1954, tutta la religiosità di cui atavicamente è permeata la gente del suo Paese.
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Credendo, secondo lo "shinto" o “via degli dei”, che ogni cosa possieda un'anima, sentono in ogni momento, d’essere attorniati da oggetti in qualche modo vivi, per cui atteggiano i loro comportamenti come se si trovassero sempre di fronte ad interlocutori in grado di osservarli ed interpretarli. Il legno dei loro templi è connesso con sistemi di incastri, in parte dovuti all’alta sismicità del Giappone, ma in parte realizzati per il sacro timore di ferire, con i chiodi, lo spirito che dimora nel materiale. Tutto ciò lo troviamo mirabilmente sintetizzato nei “Santuari” che Isao crea attenendosi alle usanze, sia pragmatiche che spirituali, dei suoi avi. La geniale connessione fra colonna lignea e basamento di marmo, con incastro a coda di rondine, il "giardino secco" di sola ghiaia e roccia, invenzione quest’ultima dell'inizio del secolo XI (periodo Muromachi), sono riprodotti e ricordati, nelle sue opere, come in un conciso e magico riassunto che idealmente lega la rappresentazione artistica al vero.
Osservante dell’ideale shintoista, lo scultore sceglie le pietre di foggia adatta e, avvolte ancora nella patina che il tempo dette loro come veste, le pone intatte, a comporre le sue strutture: amorfe cariatidi non prive d’anima. La miniaturizzazione, che l’artista propone dei luoghi sacri, ci ricorda l’innata vocazione del popolo nipponico per questa tecnica, che utilizza ad ampio raggio e che va dagli aristocratici “Bonsai”, coi loro astratti contenuti allegorici, fino ai concreti e modernissimi componenti che, simili a microscrigni, nascondono e contengono gli arcani “transiti” della tecnologia elettronica. L'artista, all'unisono colla sua gente, ci invita ad osservare il "piccolo" per poter pensare al “grande”. —
L’intervista: «Qui l’Arte è bistrattata»
CARRARA. A Isao Sugiyama chiediamo: come e quando sei “piovuto” a Carrara da Shizuoka, paese giapponese vicino al monte Fuji, distante centocinquanta chilometri da Tokyo?. «Carrara, per il marmo e tutto ciò che gli gira attorno, è famosa anche in Giappone. Forse è proprio qua, ai piedi delle Apuane, che non circola ben chiara questa percezione, ed è un peccato, perché non si usa l’Arte per l’intera comunità!». «Volendo continuare nella mia carriera d’Artista, di scultore in particolare, nell’83 venni qua e mi iscrissi all’Accademia di Belle Arti. Ebbi come insegnanti: Balocchi, Bodini e Fausta Squatriti. Quest’ultima mi presentò alla figlia del “futurista” Marinetti della Galleria “Il Naviglio” di Milano nell’89. Lì feci la mia prima esposizione e conobbi Giorgio Soavi che curò e recensì i miei cataloghi. Mi appoggio anche alla Galleria d’arte moderna Gagliardi di S. Gimignano». Perché le tue sculture sono soprattutto rappresentazioni di piccoli santuari? «Nel corso degli anni del mio apprendistato carrarese, viaggiai per musei e città d’arte e compresi, osservando soprattutto i grandi Artisti rinascimentali, che mai avrei potuto avvicinarmi a loro con il “figurativo”. La svolta la ebbi allorchè visitai, nell’85, la mostra d’arte moderna al centro Pompidou di Parigi. Compresi che qualsiasi “segno” può divenire forma d’arte purchè nasca e rappresenti il profondo sentire dell’anima. Essendo io giapponese, ho espresso in questa forma la mia spiritualità nipponica fatta di atti che attingono al senso religioso; anche se in questo campo, noi nipponici, siamo lasciati liberi di intenderla come vogliamo. Abbiamo un profondo senso religioso della vita e della morte, ma non abbiamo una religione specifica, pensa che la nostra gente spesso si sposa con rito “shinto” e la morte della stessa viene celebrata, magari, con rito “bhuddista”.
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Come mai ti sei fermato a Carrara e non hai proseguito per Pietrasanta? «Pietrasanta è “snob”, e l’Arte per sua natura è Verità, Essenza, non apparenza. Qui a Carrara, purtroppo, da un po’ d’anni a questa parte è vero il contrario: si fa di tutto per nascondere qualsiasi forma d’Arte. Era meraviglioso il “simposio” di scultura al quale partecipai nell’86. Lì vedevi la gente che veniva in piazza a osservare scolpire con la “febbre” che divora chi vuol contemplare come nasce un’opera d’arte. Purtroppo il simposio non c’è più. Eppure Carrara è ancora il punto di riferimento di validi artisti che qui convergono dal mondo intero. Ripeto quello che ho già detto: l’Arte non è messa al servizio della comunità e non si pongono gli interessati nelle dovute condizioni di poter lavorare. Pensa che poco tempo fa volevo accompagnare dei giovani artisti giapponesi alle cave, come sai la via è franata e non si è capaci di metterla a posto. Bene, non abbiamo neanche potuto trovare indicazioni alternative, verbali o scritte, da cui far passare il pullman per raggiungere il nostro scopo. Questa è Carrara allo stato attuale: una città che ha la ricchezza sotto i piedi e non lo sa, peggio, per incapacità e noncuranza, non le interessa!».
Nel laboratorio: sculture dirette al simposio di Os
CARRARA. Il piccolo laboratorio di Isao è nascosto da un cancello che dà sulla via Carriona. È ad aspettarmi e mi apre la pesante saracinesca. Mi mostra subito la nuova produzione composta, regolarmente, dai “suoi” Santuari e mi rivela che queste sculture saranno presto spedite al Simposio che si terrà, nella città di Os in Norvegia, dalla metà di giugno fino a luglio.
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Questi nuovi templi hanno la particolarità di essere tratteggiati nel marmo dai buchi effettuati colla punta del trapano. Non aveva, almeno quello mostratomi, la copertura in assi di legno, che però occhieggiano, stipati in una mensola in alto, pronti ad essere tagliati ed impiegati quali tetti dei prossimi “Santuari”. La maggior parte del materiale lapideo per le sue opere, giace in piccole e grosse scaglie e ritagli contenuti in un cassone appena fuori dal laboratorio oppure addossati in ordine piuttosto confuso alle pareti dello “studio”. Isao lavora con colla, incastri, flessibile e sega, ma soprattutto con la sua fantasia appoggiata all’intima religiosità del vero giapponese. A vedere il laboratorio non si direbbe, ma Isao Sugiyama è conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo e soprattutto, regola suprema, è quasi sconosciuto a Carrara dove vive ed opera. —
P.C.
— P.C.
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