Lutto
Silvia la camminatrice seriale: ho reagito, ma ho la bomboletta al peperoncino
Vive a Carrara, va al lavoro a Marina di Carrara a piedi. Sei anni fa subì un tentativo di violenza a Massa
La storia
«Quel giorno non so proprio perché, decisi di andare a correre un po’, perciò corsi fino alla fine della strada e una volta lì pensai di correre fino alla fine della città» raccontava così Forrest Gump, nel celebre cult cinematografico, la sua corsa infinita con chissà quale mèta.
Silvia Carnevale, 26 anni, invece non corre ma cammina. Cammina ogni giorno, da dove abita a Carrara, fino a Marina dove lavora in una pasticceria: un’ora all’andata e un’ora al ritorno con partenza prestissimo, alle 5,30 di mattina. Cammina appena può e appena il lavoro glielo permette, come lunedì scorso quando, avendo la giornata di riposo, in 11 ore ha fatto 71 km a piedi arrivando fino a Livorno. E soprattutto a differenza di Forrest Gump, Silvia sa perfettamente perché cammina: cammina perché è una grande sportiva, perché ha una grande voglia di vivere e soprattutto cammina per la propria libertà, contro la paura che l'ha tenuta prigioniera, contro la violenza e contro l’indifferenza e il senso di colpa di cui la violenza si alimenta. «Prima di 6 anni fa camminavo regolarmente e dove capitava, perché pensavo di dovermi rimettere in forma: quando si è ragazzine si è sempre preoccupate della forma fisica e poi io non sto mai ferma e mi piace lo sport» racconta Silvia con un bel sorriso. Un sorriso che non scompare anche se prende una luce diversa, quando parla dell’aggressione subìta proprio 6 anni prima e da cui si è salvata per un soffio grazie alla sua combattività, che le ha permesso di lottare, svincolarsi e scappare via.
«Non deve succedere, continuavo a ripetermi mentre cercavo di liberarmi e spesso mi capita di pensare a chi non ce l’ha fatta, a chi non sa reagire come me: anche per loro ho ripreso a camminare». Fatto sta che dopo quella passeggiata nel parco sul Frigido e dopo il processo, non è più riuscita a riprendere a camminare, fino a quando, dopo 6 anni da quel giorno, cambia lavoro, si trasferisce da Massa a Carrara e improvvisamente decide di ribellarsi a quello stato d’animo: «La vita è una sola ed è meravigliosa e non è giusto privarsi delle cose che ci piacciono fare, quindi ho deciso di smettere di rinunciare alla mia libertà e piano piano sono uscita da questo incubo: ho cominciato ad allenarmi un po’ alla volta e dopo un mesetto, una mattina che sapevo che nel pomeriggio non avrei potuto fare la solita passeggiata, mi sono detta: scendo a Marina a piedi!».
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E da quel giorno Silvia non si è più fermata, usando la macchina solo quando è strettamente necessario. In strada a quell’ora, a farle compagnia solo qualche pattuglia dei carabinieri e Amia. E c’è gente che la rimprovera: «Così te le vai a cercare». Ma è anche per loro, per chi costruisce questo muro di indifferenza fatta di accettazione di situazioni inaccettabili, che lei ha deciso di riprendere a camminare: «Siamo prigionieri di questa cultura: perché devo essere io a sacrificarmi e non lui, che anche se già fermato per atti osceni qualche giorno prima la mia aggressione e reo confesso gli hanno dato i domiciliari e non si è fatto un giorno di prigione? Che messaggio stiamo dando? Vivere nella paura è vivere? - chiede senza abbassare né sguardo né sorriso - ora sto bene, sono felice, mi sono ripresa la mia vita, per me è un modo per ritrovare me stessa: camminare fa bene a corpo e mente».
Certo, parlare di certe cose resta un tabù, ti consigliano di non dire niente e diventa tutto tragicamente accettato, ma Silvia non è tipo da farsi intimidire: «È atroce-racconta-la sensazione di paura che assale in quel momento ma la prima cosa da fare è scappare e io comunque da quando ho ripreso a camminare tengo a portata di mano la bomboletta al peperoncino». E così i suoi passi diventano i passi di chi vuole riprendersi la rivincita: «Non deve essere punito chi non ha sbagliato anziché chi ha sbagliato e non deve essere un tabù parlarne: la donna deve raccontare ciò che le fa male, magari facendosi aiutare e deve imparare a difendersi e a non aver paura se vuole essere veramente libera». —
Francesca Vatteroni
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