Il Tirreno

legambiente contesta le imprese 

Il ricorso contro il 58 bis? «È solo per riavere il far west»

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CARRARA. Legambiente dice la sua su cave e articolo 58 bis premettendo che «le esternazioni del presidente di Confindustria Erich Lucchetti hanno raggiunto livelli parossistici. Imprenditoria ingrata - è la sintesi dell’associazione ambientalista - le dai il dito e ti prendono il braccio. A seguito dei controlli - Legambiente ripercorre l’iter che ha portato alla legge 58 bis - è emersa una prassi amministrativa sostanzialmente contra legem: le cave che avevano scavato al di fuori del perimetro autorizzato dal piano d’escavazione, venivano sanate a posteriori dal Comune. Il parere rilasciato dall’avvocatura regionale ha chiarito che tale prassi era ed è inammissibile: in base agli articolo 21 e 23 della legge regionale 35, infatti, lo scavo di oltre 1000 metri cubi al di fuori del perimetro autorizzato comporta la decadenza dell’autorizzazione. Temendo le gravi conseguenze occupazionali che sarebbero derivate dalla chiusura delle molte cave inadempienti, la Regione ha emanato la legge 54 che, introducendo l’articolo 58 bis, ha evitato la decadenza dell’autorizzazione prescrivendo la presentazione di un piano di ripristino ambientale e, fino alla sua attuazione, la sospensione dell’estrazione. Per tutta risposta, gli imprenditori, anziché ringraziare la Regione, hanno avanzato al Tar un ricorso pretestuoso, sostenendo che per perimetro autorizzato debba intendersi l’intera area nella disponibilità della cava».

«Agli imprenditori non basta il Far West, vogliono - prosegue Legambiente - anche lo sceriffo complice. Nel ricorso gli imprenditori si atteggiano a vittime di un sopruso: i ricorrenti, constatata la tiepida condotta di certi comuni che chiudevano un occhio, si sarebbero convinti della piena liceità dei loro sconfinamenti. Come se l’automobilista, reiteratamente non sanzionato per essere passato col rosso, pretendesse di averne acquisito il diritto e, una volta multato, ricorresse al giudice. Ribadire un’ovvietà, e cioè che si può scavare solo entro il perimetro autorizzato nel piano di coltivazione, non sarebbe, a loro dire, un semplice richiamo alla legalità, ma una modifica restrittiva dell’autorizzazione già rilasciata. Confindustria contesta infine la sproporzione della sanzione perché le difformità di 1.000 metri cubi sarebbero “irrilevanti” . La spudoratezza dell’argomentazione - proseguono gli ambientalisti - è ancor più evidente se si considera che è mossa da aziende che hanno scavato in difformità volumi ben maggiori (da 10.000 a 70.000 metri cubi). Il l senso delle pretese addotte dal ricorso è chiarissimo: rivogliamo il Far West, quando facevamo i nostri comodi. Se non comportasse la perdita del posto di lavoro dei cavatori, argomento invece che ci è molto caro, verrebbe proprio da chiedere alla Regione il ritiro del 58 bis, con conseguente decadenza delle autorizzazioni e chiusura definitiva delle cave coinvolte. Auspichiamo pertanto - conclude l’associazione - che il Tar respinga per manifesta infondatezza il ricorso di Confindustria e delle 27 cave che, per le pretese evocate, resterà agli annali come un’onta sull’imprenditoria lapidea locale» —.

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