Gioco
Pignone: «L’amianto in fabbrica fu smantellato nel 1978»
La proprietà Bhge: «Non fu mai utilizzato come materia prima, era protezione» E sul presente: «Totale conformità alle normative, si lavora in ambiente sicuro»
massa. Sulla vicenda degli operai ex Nuovo Pignone che hanno deciso di iniziare una campagna di raccolta fondi per recuperare i soldi per pagare le spese legali, interviene anche la proprietà Bhge Nuovo Pignone, per condividere la propria posizione e fare alcune puntualizzazioni sulle vicende industriali e giudiziarie che hanno riguardato l’impresa.
«È certo - scrivono da Bhge - che nel 1993 l'amianto non fosse utilizzato né nello stabilimento di Massa, né in altro sito di Nuovo Pignone. Le risultanze documentali e testimoniali emerse nel corso dei procedimenti civili e penali svolti o in corso di svolgimento hanno infatti dimostrato come l'utilizzo dell'amianto cessò non più tardi del 1978 ( sentenza n. 63/2012 passata in giudicato), quindici anni prima- quindi- del divieto di legge». Il riferimento è qui alle norme relative alla cessazione sull’impiego dell’amianto, che risalgono al marzo del 1992.
Nel Comunicato Bhge Nuovo Pignone entra anche nel merito della realtà industriale di quegli anni, precisando come e perché veniva adoperato l’aminato in fabbrica. «Fermo quanto sopra, è altresì opportuno precisare che Nuovo Pignone non ha mai utilizzato amianto come materia prima, ma sempre e solo quale strumento di protezione dei lavoratori più esposti al calore prodotto in alcune specifiche lavorazioni. Pertanto, sono impropri i paragoni con altre realtà nelle quali l’amianto era estratto, lavorato e commercializzato in via diretta».
Secondo l’azienda «Gli articoli pubblicati in queste settimane lasciano intendere una realtà che, alla verifica dei processi, è stata smentita in plurime occasioni. Si confonde cioè quelle che sono le rappresentazioni offerte dalla parti con quelle che sono state le risultanze dei processi svolti; processi nell'ambito dei quali sono state espletate numerose consulenze tecniche ambientali, per ricostruire i livelli di esposizione, ed altrettanto numerose perizie mediche i cui risultanti hanno dimostrato, nella maggior parte dei casi, o l'insussistenza della patologia denunciata o la sua erronea rappresentazione o la non riconducibilità della stessa a pregresse attività lavorative. A dimostrazione di ciò ci sono tutte le sentenze emesse dai giudici di merito (tribunale di Massa e corte d'appello di Genova), confermate anche dalla Suprema Corte di Cassazione, per cui non corrisponde al vero l'affermazione secondo cui ci sarebbero diverse visioni fra i gudici o inaspettati mutamenti di indirizzo. Anche oggi, si stanno coltivando contenziosi o, peggio ancora, alimentando aspettative, in relazione a richieste risarcitorie che la magistratura ha più volte affermato non avere requisiti oggettivi per la tutela». La società ribadisce «la totale conformità dei propri siti con le normative e le certificazioni di legge per continuare a garantire ai propri dipendenti un posto di lavoro salubre e sicuro». —
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