Il Tirreno

lavorare senza diritti 

Condizioni di lavoro disumane sulla nave Virile, ispezione mette in salvo 5 marinai

Manuela D’Angelo
Condizioni di lavoro disumane sulla nave Virile, ispezione mette in salvo 5 marinai

L’equipaggio era pagato 200 dollari al mese (invece di 1.200) tra sporcizia, insetti, umidità e senza docce per lavarsi

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MARINA DI CARRARA. Imbarcarsi su una nave con la speranza di un futuro migliore, con l’idea di imparare un mestiere, di guadagnare denaro sufficiente a metter su famiglia, trovare buoni compagni di viaggio. La M/N Virile, general cargo battente bandiera Unione delle Isole Comore, rappresentava tutto questo per alcuni giovanissimi marittimi, salpati cinque mesi fa dalle coste dell’Africa, per arrivare al porto di Marina di Carrara, dove la nave avrebbe dovuto caricare grossi macchinari agricoli e ripartire verso l’ultima tappa, Tunisi. Ma nella Virile l’equipaggio formato da 18 uomini, la maggior parte di origini siriana, quattro indiani e un equadoregno, ha trovato l’inferno. Pessime condizioni di lavoro, in infradito o a piedi scalzi per i corridoi della nave, con l’acqua alle caviglie, perché c’erano perdite dalle tubazioni e il sistema dello scarico delle acque nere non funzionava; escrementi per terra, umidità, sporcizia e insetti. Non si lavavano da settimane, perché senza docce, e non riuscivano neanche a bere acqua potabile, perché le scorte erano state intaccate da oli, ruggine e animali. Le linee antincendio erano corrose, i mezzi di salvataggio mal stivati, le passerelle di legno marcio; infiltrazioni nelle cabine, nessun sistema di ventilazione neanche nella sale macchine, dove tale ricambio è ancora più necessario per la presenza di fumi nocivi.

Ridotti quasi a schiavi della nave, non riuscivano a ribellarsi, non avevano potere di contrattazione. Avevano firmato una scrittura privata, tra loro e il comandante, con cui accettavano 200 dollari al mese, invece che i 1. 200 previsti dal contratto internazionale di lavoro. E per salire a bordo avevano dovuto pagare 3. 500 euro al comandante, che viceversa li avrebbe lasciati a terra. Per molti di loro imbarcarsi significava sfuggire alla guerra, al servizio militare siriano durissimo e aspirare al conseguimento di quei titoli che solo la navigazione può dare, per trovare un impiego futuro su altre navi.

Cinque mesi di navigazione in queste condizioni disumane, fino all’arrivo, lo scorso 6 marzo, al porto di Marina di Carrara. I dettagli dell’operazione li racconta al Tirreno il comandante della Capitaneria di Porto, capitano di fregata Maurizio Scibilia, assieme agli ispettori del Nucleo, tenente di vascello Maria Elena Iardella e Francesco Rovetti, con due ispettori della Itf (International transport workers' federation) Bruno Nazzaro e Alberto Forti. La Virile non sarebbe stata controllata, perché “incensurata”, e perché non segnalata dai sistemi internazionali informatici di monitoraggio tra le navi “da verificare”. Avrebbe quindi caricato ciò che doveva e poi sarebbe salpata verso Tunisi.

È stato uno dei marittimi, un giovanissimo indiano, a inviare una mail con il suo cellulare dall’interno della nave agli ispettori Itf. Una mail con una richiesta di aiuto, da cui è partita l’ispezione della Capitaneria, durata cinque ore, che ha bloccato la nave in porto per 18 irregolarità, legate alla sicurezza, all’igiene, all’antincendio, al lavoro e alla vita a bordo dei marittimi. Non tutti hanno collaborato: i siriani, che non parlavano l’inglese e non sapevano leggere i caratteri latini, sono rimasti zitti tutto il tempo e non hanno voluto denunciare nulla e nessuno. Anche chi aveva scritto la mail non ha voluto uscire subito allo scoperto, per paura che le ripercussioni sarebbero state ancora peggiori. Poi la verità: i soldi pagati al comandante, su ordine dell’armatore, per poter salpare, i soldi del contratto mai ricevuti, i 200 dollari pattuiti per sopravvivere, le minacce, la fame, il freddo. Con queste denunce l’Itf ha intrapreso il dialogo con l’armatore dalla Siria, il quale ha accettato di pagare ai cinque (i quattro marittimi indiani e l’equadoregno) le mensilità arretrate in base al vero contratto di lavoro, per un totale di circa 25mila dollari dati in contanti; l’armatore ha anche pagato i biglietti per permettere ai cinque di tornare nelle loro patrie e così hanno potuto lasciare la Virile, che qualche giorno fa è salpata dal porto di Marina di Carrara, dopo aver messo in sicurezza quanto dovuto e rifornito la cambusa, con a bordo ancora i tredici marittimi siriani. –
 

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di Redazione web