Gioco
L'azienda chiede i soldi per le spese legali agli operai ammalati, parte la raccolta fondi online
Per anni a lavoro respirando amianto, tanti sono morti, hanno chiesto il danno morale, ma le leggi sulle compensazioni sono cambiate durante i processi. 90mila euro per 21 persone, tanto devono alla Nuovo Pignone
CARRARA. «Becchi e bastonati». Si vorrebbe dirlo con più eleganza, ma si farebbe un torto alla chiarezza usata dagli ex dipendenti del Nuovo Pignone e dai loro familiari quando hanno scoperto che l’azienda chiede il risarcimento - quasi 90 mila euro - per le spese legali sostenute pnei processi. Gli operai chiedevano il “danno morale”, per avere lavorato per anni in un ambiente contaminato dall’amianto. Una serie di recenti sentenze della Cassazione li condanna invece a pagare le spese legali. E loro non ci stanno.
Si sono incontrati venerdì pomeriggio, sono 40, in una sala del Comune. Li ha convocati l’avvocato Nicoletta Cervia, la legale che ha seguito la storia processuale di quasi 80 lavoratori. Deve dargli la brutta notizia. Spiega la cosa, c’è incredulità, rabbia per questo finale inatteso. Ma c’è anche una proposta: lanciamo una raccolta fondi, un crowdfunding su una piattaforma online, per raccogliere il denaro da pagare. Coinvolgiamo la solidarietà della città, di chi vorrà aiutare dei pensionati che volevano fare valere i propri diritti e si trovano di fronte a questa batosta.
Si tratta, è bene chiarirlo, di una richiesta legittima da parte del Nuovo Pignone. Inattesa da parte dei ricorrenti, ma riconosciuta da parte della Cassazione. E coinvolge 21 ex dipendenti che di recente si sono visti bocciare i loro ricorsi e condannati a pagare le spese legali. Per un totale di 90mila euro. Si tratta di cifre che arrivano fino a oltre 4mila euro per la gran parte di loro.
Ma se tutto è nella norma, perché tanto rumore? Per capirlo serve un po’ di storia. Quando partono i primi procedimenti era il lontano 2003. Il quel periodo c’era il cosiddetto “favor” nei confronti del lavoratore, il codice di procedura civile agli articoli di legge che riguardano il diritto del lavoro prevedeva che ci fosse una compensazione delle spese del lavoratore. In pratica ciascuna parte si paga le proprie spese: a tutela della parte debole, il lavoratore, nel momento in cui decide d’intentare causa. «Noi siamo partiti con queste cause anche forti di questa cosa, andavano a chiedere dei diritti, senza la paura di rischiare di rimetterci», spiega l’avvocato Cervia.
Dal 2014 fare causa diventa più caro
Nel 2014 qualcosa cambia, vengono introdotte delle novità all’articolo 92 del codice di procedura civile. Il legislatore, motivato anche dall’intenzione di diminuire le cause di lavoro, dà un giro di vite. Da questo momento non si può avere compensazione delle spese: dal giudizio si esce o soccombenti o vincenti. Chi perde paga. In più vengono aggiornate le tabelle, con un incremento del tariffario ai quali i giudici devono adeguarsi. Chi perde paga. E paga di più.
Succede che le cause diminuiscono. «In molti preferiscono non farle - spiega l’avvocato - il rischio è troppo». In tribunale è già difficile fare causa a un datore di lavoro, con le nuove norme lo scarto tra la possibilità economica di una multinazionale e quella di un lavoratore produce i suoi effetti. Un disincentivo, ma solo per i più deboli. «Ma certe cause nascono prima e vanno comunque avanti», aggiunge Cervia. In alcune sentenze della Corte di Cassazione successive alla modifica dell’articolo 92 i giudici continuano a compensare le spese. E nel maggio 2018 un’altra sentenza dichiara in parte incostituzionale l’articolo, dando una certa discrezionalità in materia ai giudici.
Il caso zero
«Abbiamo saputo cosa stava succedendo quando il primo tra noi si ammalò. Ce lo disse il referto del medico che aveva respirato l’amianto, non l’azienda. Ci sentimmo traditi. Andai a cercare uno a uno i miei colleghi, dovevamo fare qualcosa. E partirono le cause». Lo ricorda bene quel 2003 Angelo Bertocchi, il primo a fare causa per "danno morale". In pratica la paura di aver vissuto vite a rischio, a contatto con l’amianto, mentre i colleghi si ammalavano per malattie amianto correlate. Una ventina degli ottanta ricorrenti sono morti ed erano ammalati per malattie amianto correlate.
Diversi anche i casi di risarcimenti. «All’epoca hanno taciuto, il periodo di maggiore esposizione fu dal ’75 all’85. Io fui assunto nel 1957 e sono andato via nel 1992. E pensare che il primo ammalato era un impiegato, non stava alle macchine. Questo per dire che l’amianto era ovunque», spiega Bertocchi. Quando entravano in fabbrica, racconta, pare che gli operai dicessero tra loro: «nebbia in Val Padana». «Era un mix di polvere e amianto, lo respiravano tutti. La contaminazione era ambientale. E noi, che dovevamo lavorare dei pezzi a temperature altissime, fino ai 300 gradi, per coprirci utilizzavamo con dei teli. Indovina di che materiale? Amianto. E i vari reparti non erano chiusi, c’erano delle campate aperte». Ha paura ora. «C’è bisogno che la nostra voce sia ascoltata a livello nazionale, che si capisca cosa è successo qui. Abbiamo fatto rivendicazioni giuste e ora dobbiamo pagare. Non può finire così».
Una volta si vince, le altre si perde
Dalle sentenze che si susseguono, i ricorsi sono decine,arrivano segnali diversi e a volte i ricorrenti sono costretti a pagare, altre no. Per un ultimo gruppo, arrivato a sentenza nel novembre 2018, c’è la tegola. Si paga, e si paga caro: 4 mila a testa. Nuovo Pignone a quel punto manda la mail, vuole i soldi. «E in caso di mancato adempimento spontaneo abbiamo già ricevuto incarico di procedere con il recupero forzoso», scrivono gli avvocati.
Hanno saputo che l’amianto lo avevano respirato quando i colleghi si ammalavano, dai primi referti. Hanno imparato parole nuove, paurose: asbestosi, placche, carcinomi, fibre d’amianto. Volevano giustizia e ora, con le loro pensioni, devono pagare. C’è chi è incredulo alla riunione - «io rinuncio e così non devo pagare» - altri si arrabbiano. Ma tutti sono d’accordo: becchi, bastonati ma non domi. Via avvocato, facciamo la raccolta. Che si racconti di quello che ci hanno fatto una volta. E ci fanno ancora. —
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