Gioco
«Quel giorno era un agguato: dovevo morire io, non Piero»
Lettera dal carcere di Marco, a marzo il tribunale si pronuncerà sui due casi «Attorno a villa Massoni interessi politico-affaristici, strani fenomeni accadono»
massa. A pochi giorni dal doppio processo (villa Massoni e omicidio del fratello) torna a scrivere al Tirreno dal carcere Marco Casonato, accusato di aver ucciso il fratello Piero proprio nella villa di famiglia. E dalla cella anticipa alla stampa quella che sarà la sua strategia difensiva in vista della ripresa delle udienze, il cui esito sarà conosciuto a breve.
Casonato scrive di «interessi politico-affaristici» che girano attorno alla villa Massoni, lasciando balenare per la prima volta la morsa di un “complotto” ordito ai suoi danni. Che poi si sostanzia nella seconda parte della lettera, quando descrive i concitati fatti finiti con la morte del fratello, come un «agguato preparato professionalmente». Ai suoi danni, non a quelli di Piero. Ma andiamo con ordine.
«In questi giorni riprenderanno vari processi - scrive nella missiva Casonato - e purtroppo ci sarà la solita (anche giusta) pubblicità di questioni che sono familiari, dolorose e come è ben noto scarsamente gestibili dall’apparato giudiziario. Ci sono anche molti interessi e quando ci sono interessi politico-affaristici accadono strani fenomeni. Un po’ come un’aurora boreale in tribunale».
Entra poi nel merito della vicenda dell’omicidio, affrontandola col il distacco di chi è venuto a conoscenza di una nuova prospettiva con la visione delle carte. «È stata depositata e discussa la prima perizia psichiatrica che mostra che agivo quale custode giudiziario consapevolmente e doverosamente. La perizia conferma anche il mio racconto dei fatti è stato coerente, dettagliato e chiaro quando ho risposto al gip. Non ero al corrente in quel momento di ciò che non volevo e non immaginavo, poi confermato dalle fotografie acquisite agli atti processuali».
E questo è quello che scopre. «Stavo cadendo in un agguato preparato professionalmente quando come una specie di metronotte perlustravo il terreno. Nelle foto si vedono i quattro zingari pronti e nascosti. Uno era pronto ad attaccarmi speronandomi con l’auto, gli altri tre avevano oggetti atti ad offendere con cui sono stato ferito alla destra e alla sinistra della testa». Insomma, Casonato spiega che a suo avviso la sua visita era attesa, con un agguato costruito per fargli del male. Sarà questa la sua strategia difensiva. E non basta. Casonato immagina un finale alternativo, dal quale solo per puro caso sarebbe scampato: «E una lama lanciata all’altezza del volto, mi ha toccato il naso. Il vetro ha lievemente attutito il colpo mortale. Credo che l’immagine si spieghi da sola. Quella tragica sera a morire dovevo essere io, caduto nell’agguato». Il processo, il dibattimento, diranno se invece avrà ragione la pubblica accusa, che lo accusa di fratricidio.
—
Libero Red Dolce
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
