Sicurezza
Accoglie una coppia che era senza casa, poi la ditta fallisce e diventano abusivi
Gli aveva offerto gratis uno spazio accanto alla sua segheria L’impresa va all’asta e la nuova proprietà li denuncia: assolti
Venuti dall’Est in cerca di fortuna, giovani. Qui però la disoccupazione t’ingabbia come a casa, in Romania, a volte persino di più. L’affitto è troppo caro, una figlia da mantenere e due gemelli in arrivo e il futuro da ipotesi speranzosa si fa certezza di sgomento. Sono sul punto di mollare tutto, ma un uomo, che li incontra spesso a passeggio, gli tende una mano. Gli offre un tetto in un locale che non usa. «Per la mia educazione cristiana, per aver vissuto la seconda guerra mondiale da sfollato, non ho avuto il minimo tentennamento. Non c’era nient’altro da fare», dirà in aula testimoniando in un processo in cui i due sono imputati per occupazione abusiva. Ma questa è un’altra storia, o piuttosto, sono due storie che s’intrecciano.
Quell’uomo, il loro salvatore, si chiama Dario Bernardini. Viene da Palestrina, comune dell’area di Roma Capitale. «Da dove veniva Giovanni Pierluigi da Palestrina, l’antica Praeneste, il grande compositore di madrigali sacri del Rinascimento». È un imprenditore Bernardini, arrivato nel 1959 insieme al padre e «per sessant’anni a lavoro qui con la mia segheria». Non li conosceva quei due ragazzi timidi, che parlano italiano con gli incespichi di chi ha avuto poco tempo per stare sui libri. Ché c’è la pagnotta da portare a casa.
Siamo nel 2013. I tre imparano a conoscersi passeggiando e parlando. Si apre una strada nel loro pudore e scopre le loro difficoltà. Lui gli parla di alcuni locali adiacenti alla segheria: «sono vuoti, non li uso». E quando la proposta si fa strada nei loro cuori e affiora alla lingua, Bernardini non esita un attimo ad accettarla. «Ci potete andare. Da pagare non c’è nulla».Chi poteva dirlo che la Fortuna per passeggiare si appoggia a un bastone e ha il volto di un piccolo, mite, signore canuto.
Per due anni vivono lì, accanto alla segheria. Non pagano nulla: energia, acqua. Tutto a spese di Bernardini. «Quando siamo entrati abbiamo fatto dei lavori, tinteggiato e risistemato», spiegheranno di fronte al giudice Fulvio Biasotti.
Già, perché c’è un giudice nel futuro di questa coppia. La piccola serenità garantita da quel tetto sulla testa è passeggera, perché le cose si mettono male per la segheria di Bernardini. «Andavamo male, l’attività è fallita purtroppo perché non c’è stato un aggiornamento tecnologico. Avevamo macchine troppo vecchie, la manutenzione costava troppo e non stavamo dietro ai cicli produttivi della concorrenza». Una società con il nipote, qualche scelta sbagliata: Bernardini fatica un po’ a raccontarlo, quella segheria l’aveva portata dai 3mila metri quadri iniziali agli 8mila al momento del fallimento.
Il bene va all’asta nel 2015, a comprarlo è una di quelle ditte della concorrenza capaci di svecchiare i materiali produttivi. Prende tutta l’area, ma in un piccolo spazio di quegli 8mila metri quadrati c’è anche la famiglia rumena. Che resta lì, anche se i nuovi proprietari non ce li vogliono.
I carabinieri li avvertono, da quella casa devono andare via. Non c’è più posto per loro. Poi arriva lo sfratto. L’avvocato Elena Lunardi, che li difende, chiede in aula alla donna: «Ma voi avete cercato una casa?». «Sì - risponde lei - ma senza busta paga niente da fare. Mio marito è disoccupato, io pure. Gli affitti sono alti, noi eravamo in cinque ormai». I gemelli erano nati, per lei trovare lavoro è ancora più difficile.
Parte la causa, la famiglia di ospiti è ormai famiglia di abusivi. E a garantire la loro posizione c’è solo l’accordo verbale con Bernardini, ormai privo di valore legale e pratico: la parola di un gentiluomo.
Arriva il giorno della sentenza. Ieri. La famiglia ha una casa, pochi spiccioli per pagare una camera. Sono in cinque. La condanna sarebbe una mazzata. La pm Debora Bracco nella sua requisitoria regala alla coppia un sorriso: «Chiedo l’assoluzione». Stessa richiesta, ovviamente, dall’avvocata. E assoluzione sarà.
Bernardini, che ha testimoniato ieri in aula, alla fine della sua deposizione sconvolge un po’ il rituale giudiziario. Avviato verso la porta, si gira verso il giudice. «Dottore, tenga conto che io ho fatto l’oratorio dai salesiani. Don Bosco guida sempre le mie azioni, è davanti e dietro di me. "Da mihi animas, cætera tolle"». Dammi le anime, prendi pure tutto il resto. —
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