Il dolore
Massaggi hard, il centro cinese con tanti clienti
Alla sbarra una donna, per gli investigatori era lei a gestire l’attività. La difesa: «Era soltanto una dipendente»
MASSA. C’erano due centri di massaggi uno accanto all’altro a Marina: uno, meno frequentato, con una clientela esclusivamente femminile; l’altro, col pienone, era invece un centro di gravità per uomini. Si chiamava “Limone” e lì dentro, come scoprì la polizia, si facevano massaggi hard e nel 2013 la polizia aveva smantellato l'organizzazione dedita allo sfruttamento della prostituzione. E delle otto persone denunciate solo una, una donna cinese, è rimasta imputata nel processo penale che va avanti nelle aule del tribunale di Massa ed è difesa dall’avvocato Alessandro Schillaci del foro di Treviso.
La donna infatti si è poi trasferita nel Veneto.. Ieri in aula hanno testimoniato i testi del pm Marco Rapelli, ascoltati dalla giudice Valentina Prudente. A raccontare come si svolsero le indagini sette anni fa è l’ispettore capo Paolo Buratti. «Ci furono delle segnalazioni dal centro massaggi vicino e andammo a fare dei controlli. Per raccogliere le informazioni ci siamo basati su due metodi: da un lato gli appostamenti di fronte al centro massaggi e poi le dichiarazioni dei clienti che uscivano. Molti hanno confermato, nelle dichiarazioni rese all’uscita, che dentro quel luogo si svolgevano attività sessuali in effetti».
Gli agenti, con una visura camerale, scoprirono che il fondo da affittare era stato reperito da un cittadino cinese, che aveva fatto un contratto di locazione regolare, con tutta la documentazione a posto per iniziare i lavori. «Per aprire centri massaggi del genere - spiega in aula Buratti - serve una prestanome, qualcuno che sia un’estetista o simili. Così fecero, ma dai nostri riscontri questa persona, un’italiana, non c’era mai. Mai presente al momento dei rilievi».
L’attività di polizia inizia nel novembre 2012 ma nel dicembre già l’attività chiude. Per tornare come un’araba fenice un mese dopo a riaprire.
Lì le indagini si indirizzano sulla donna cinese, considerata dagli investigatori la responsabile del centro: Wang Xiao Li. «Più volte abbiamo visto la donna entrare con le chiavi, aprire il centro per prima. Abbiamo fatto dei controlli con la Divisione Stranieri, per non insospettire, lei c’era sempre. Andò una volta con un’agente anche a prendere la carta d’identità di una donna che lavorava lì».
Per la difesa però le cose non stanno così. Contro interrogando il teste l’avvocato Schillaci mette in rilievo come la donna la maggior parte delle volte non era sola, ma con altre al momento dell’apertura. Insistendo sul fatto che fosse una dipendente ma non l’organizzatrice. —
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