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L'aggressore del "clochard": «Chiedo scusa, ho sbagliato. Ma ora io e la mia famiglia ce ne andiamo»
Carrara, parla il 44enne che ha dato un calcio a Umberto Mottini: "Cerco casa a Marina, le mie figlie hanno paura quando si ubriaca. Non sapevo della sua malattia"
CARRARA. «Prima di tutto, scusa Umberto». Nessuna incertezza nella voce. Si mette a sedere, invitandomi a fare altrettanto, e inizia a parlare. La premessa è quella che tutti si aspettano da lui: le scuse per il calcio sferrato a Umberto Mottini, più comunemente conosciuto come "Spicciolino", martedì pomeriggio in via Roma.
Poi racconta la sua verità. Come ha vissuto l’ultimo anno e «l’esasperazione» che ha fatto scattare il gesto di violenza: «Ma non l’ho riempito di calci e pugni come hanno scritto alcuni giornali– sbotta – ho tirato un calcio per allontanarlo dal punto in cui si trovava mia figlia. Se non fosse stato ubriaco si sarebbe scansato».
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Quarantaquattro anni, due figlie minorenni (una ragazzina e una bambina, ed è per questo motivo che non scriviamo il nome) afferma che la presenza di Umberto in via Roma, «sotto il mio portone», terrorizza le figlie, al punto che non hanno più la forza di uscire o rientrare a casa da sole. Il calcio sferrato al clochard (e anche qui il 44enne ha da ridire: «Non è un clochard, prende una pensione d’accompagnamento») è diventato virale in rete grazie ad un video girato da uno sconosciuto. La mancata reazione di alcuni passanti, che si sono accorti di Umberto a terra ma non si sono fermati, ha fatto il resto. E da alcuni giorni, sia la comunità virtuale che quella reale si interrogano sull’episodio. Non sono mancate prese di posizione di esponenti della politica, secondo i quali «dieci anni fa a Carrara certe cose non sarebbero accadute».
Il 44enne, che nel frattempo è stato querelato da Mottini tramite l’avvocato Riccardo Martini, prova a spiegare il suo stato d’animo. E fa un annuncio, che ci invita a prendere sul serio: «Cerco casa a Marina di Carrara, perché non sono più libero di vivere serenamente in via Roma. Se qualcuno ha un appartamento di 70 metri quadri da affittare, mi contatti. E con questo dico grazie al Comune di Carrara». Afferma, ma non sappiamo se nella foga del momento, che lunedì (18 febbraio) andrà in procura a denunciare «gli assistenti sociali del Comune di Carrara e il fratello di Umberto. Può uno in quelle condizioni stare per strada? ».
Lei lo sa che Umberto soffre della sindrome di Aarskog, non curata da piccolo, che gli ha causato leggere deformità fisiche ma anche un ritardo cognitivo nello sviluppo? È, ci ha spiegato il fratello Giancarlo, «un uomo di 39 anni in con la mente di un bambino di 10-12 anni».
«Non lo sapevo – risponde – l’ho letto sui giornali. Ed è anche per questo che la mia richiesta di un appartamento a Marina è seria. In via Roma, in queste condizioni, non riesco a vivere».
Perché, cos’è successo? «Dopo un anno di colloqui sia con lui che con le forze dell’ordine non ne posso più. Io gliel’ho detto che se vuole stare qui a chiedere l’elemosina come fanno altri due o tre, non deve bere. Le mie figlie hanno paura quando beve. Si avvicina, magari non è molesto ma può dare la sensazione, soprattutto alla più piccola. Mi è capitato, anche recentemente, di chiedere alle forze dell’ordine di intervenire, ma mi è stato risposto che non potevano farci niente. La sera dell’accaduto – prosegue – ero in pizzeria. Mi chiama mia figlia, le dico di venire qui. Mi risponde: «Babbo non vengo perché c’è l’ubriaco. In quel momento mi s’è tappata la vena e ne è venuto fuori quel gesto che tutti hanno visto».
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Un gesto che non ha giustificazione, ne è consapevole? Il 44enne risponde: «Quando era a terra avrei potuto colpirlo, fargli male davvero. Mi sono accorto di aver fatto una cavolata e mi sono fermato. È un gesto nato dall’esasperazione, per la paura che avevano le bimbe, il vomito e la pipì che trovo nel portone... Guardi che altri residenti hanno chiamato i carabinieri, le segnalazioni ci sono state».
Non attribuisce a Umberto Mottini maggiori responsabilità di quelle che dovrebbe avere nella sua vita? È consapevole che niente giustifica il gesto? «Il gesto è stato bruttissimo, ma – ripete – frutto dell’esasperazione. Faccio un appello alle persone che vogliono bene a Umberto. Aiutatelo, non lasciatelo in via Roma».
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