Il Tirreno

l’intervista 

«Noi imprenditori delle cave non “imbottiamo” ma lavoriamo sodo»

di Alessandra Vivoli
«Noi imprenditori delle cave non “imbottiamo” ma lavoriamo sodo»

Franco Barattini a ruota libera: sono 66 anni che faccio il cavatore, è la natura che comanda, non siamo noi

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«Ma come si fa a non essere esasperati. A me non hanno fermato solo una cava, hanno bloccate undici aziende. E non si tratta solo di blocchi: se non porto giù il materiale cosa gli mando agli studi d’arte?» Parla Franco Barattini, 78 anni portati fieramente, 66 dei quali a stretto contatto con le Apuane. Con quelle cave che sono incappate, anche nel suo caso, nella sospensione temporanea della lavorazione.

Franco Barattini si toglie anche qualche sassolino dalle scarpe, scarpe da cava naturalmente, quelle che indossa da quando aveva 12 anni e gli fecero il primo libretto di lavoro, come bagascio nel ventre delle Apuane. Il patron delle cave di Michelangelo fa sentire la sua voce dopo l’uscita del presidente della Confindustria apuana Erich Lucchetti che, a nome della categoria, ha lanciato un Sos sulle pagine del nostro giornale: «Dopo gli stop all’escavazione in alcune cave aziende e addetti sono esasperati, serve un confronto». Queste la parole di Lucchetti. Pronto a unirsi al coro il patron delle cave Michelangelo.

Barattini cominciamo con il punto della situazione sulle sue cave bloccate.

La situazione dovrebbe sbloccarsi a inizio settimana. Ma non voglio parlare tanto della mia situazione, la vicenda tocca un po’ tutti e quello che dispiace, di tutta la vicenda, è che questi qui non conoscono il territorio. E poi c’è un’altra cosa, la più importante: i carraresi, i cittadini lo sanno, se chiudono le cave qui chiude tutto.

Come replica alle contestazioni sugli “sconfinamenti”?

Mi devo ripetere, questi non conosco il territorio. Non sanno com’è il mestiere di cava. La verità è che non si possono tracciare linee dritte, rigide, è la natura che comanda, la natura che ti insegna come lavorare in cava. Non si può fare come si vuole, comanda lei.

Come replica a chi parla degli industriali del marmo come “rapinatori” del monte?

Quando sento parlare di escavazione selvaggia mi incattivisco. A chi dice che noi portiamo via l’oro vorrei ricordare che per aprire una cava bisogna investire, e che le montagne vanno rispettate perchè non sono nostre ma della città. Non è che quando muoio me le mette nella cassa. E magari dicono: “sì ma Barattini ha il figliolo”. Ma nella cassa non ce le metterà nemmeno lui. Le cave vanno trattate con gentilezza e educazione. Non esiste che si prende tutto, subito, senza rispettare la natura. Non siamo al supermercato. Qui non rapina nessuno, qui si lavora, al meglio, per rispettare le montagne, per dare da mangiare agli operai. E invece è tutta la logica dell’”imbottare” degli imprenditori che imbottano: ma io rispondo che le cave sono aperte, venite a vedere cosa facciamo.

Come è cambiato il lavoro in cava?

Ma davvero davvero che dopo più di sessant’anni che sono in cava mi vogliono insegnare il mestiere? Ma stiamo scherzando. Le cave si lavorano con criterio, e con sensibilità. E lo si fa anche investendo, tanto, perché quelle cave, quelle montagne non sono nostre ma sono della città e le dobbiamo lasciare per bene, dobbiamo pensare al futuro.

Cosa le rimane della vicenda che l’ha coinvolto?

Io dico solo una cosa: ho 78 anni e fino a oggi non ho mai salito le scale del tribunale, mai. E me le vogliono far salire ora, mi vogliono insegnare come si fa in cava? Io lo so, lo so bene: ancora oggi, dopo sessant’anni di lavoro sono il primo a arrivare al monte. Ma lo sapete cosa vuol dire vedere ancora la luna in cielo, venire in cava con il buio? Io non mi vergogno di dirlo, mi ritrovo tante volte a parlare con la mia montagna. Siamo io e lei, non ho bisogno di altro. Ci diciamo le ragioni. In quei momenti si capisce che la forza, quella vera, è della natura. Noi possiamo solo assecondarla, ma è lei che comanda. E noi dal monte non portiamo via l’Oro, ma ci lavoriamo, ogni giorno, e diamo lavoro a tanti operai, a tante famiglie.


 

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