Sicurezza
Premio di risultato ai dirigenti dell’Asl, l’azienda rischia di sborsare milioni
La Cassazione dà ragione a 33 dipendenti: l’incentivo era troppo basso. Sbagliati i criteri con cui veniva assegnato
MASSA. L’argomento è tecnicissimo e tecnicissima è l’ordinanza della Corte di Cassazione, pubblicata, il primo febbraio. Le conseguenze di quella ordinanza, però, sono chiare e facilmente sintetizzabili: l’azienda sanitaria rischia di doversi mettere le mani in tasca e sborsare parecchi soldi. Sei, forse sette, milioni di euro.
Sì perché la Suprema Corte ha ribaltato il parere del Tribunale e della Corte di Appello di Genova e ha dato ragione ai 33 dirigente dell’Asl: i premi di risultato che hanno ottenuto dal 1991 al 2008 erano inferiori rispetto a quello che avrebbero dovuto essere. E adesso - spiega la Cassazione - la palla torna nella mani della Corte di appello che l’importo di quei premi di risultato deve ridefinirlo. La Corte lo ridefinisce, l’Asl lo paga.
la vicenda
Il punto di partenza della complessa vicenda è il fondo per la retribuzione di risultato. Quel fondo viene utilizzato per pagare i cosiddetti premi di risultato. Gli incentivi - vale a dire i premi erogati a ciascun avente diritto - vengono calcolati in base all’ammontare complessivo del fondo. Chiaro quindi che se cambiano i criteri di definizione del fondo e l’ammontare complessivo aumenta, aumenta pure l’erogazione al singolo. Alcuni dipendenti, tutti dirigenti sanitari, sono convinti che i criteri applicati da Asl siano sbagliati e al ribasso: il fondo si riduce, quindi si riducono i singoli premi.
Quei dirigente si rivolgono quindi al tribunale che nel 2011 respinge le loro richieste, le respinge pure, in secondo grado, la Corte di appello di Genova con sentenza del 2012. A proporre il ricorso, inizialmente sono tre dipendenti Asl, ma a loro si uniscono altri 30. Tutti quanti decidono di portare la questione fino al terzo grado, di fronte alla Corte di Cassazione: ritengono, infatti, che l’Asl non abbia definito correttamente gli importi dei premi di risultato perché non ha applicato - motivano - i corretti criteri di definizione del fondo complessivo, criteri definiti prima dai decreti del Presidente della Repubblica, poi dal contratto collettivo nazionale.
La Corte di Cassazione si pronuncia con un’ordinanza, nei giorni scorsi e - per citare testualmente - «accoglie i ricorsi, nei limiti indicati in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Genova in diversa composizione”. Diversa rispetto a quella che già si è espressa. Insomma, alla corte genovese spetta il calcolo degli importi che dovranno essere riconosciuti ai singoli dirigenti. Perché - dai calcoli fatti dai ricorrenti - a molti di loro sarebbe stato versato un premio pari ad un terzo o un quarto di quello a cui avrebbero avuto diritto applicando altri criteri.
i prossimi step
Per il calcolo degli importi Genova nominerà un consulente. A quel tecnico spetterà determinare il corretto valore del fondo, quindi rivalutare i singoli premi di risultato spettanti a ciascun ricorrente. Premi che l’Asl dovrà pagare per una cifra complessiva che è stimata tra i 6 e i 7 milioni di euro.
chi ha fatto ricorso
I primi a presentare ricorso in Cassazione sono stati Paolo Parenti, Stefania Biagini e Antonio De Angeli. Hanno presentato ricorso anche Maria Elena Alberti, Franca Angella, Paolo Domenico Antonelli, Rita Arrighi, Paola Bola, Francesca Caputo, Fabio Celi, Paola Ferretti, Stefano Galeazzi, Vittorio Garra, Giuliano Gereschi, Anna Lalli, Bice Lucchesi, Claudio Martinelli, Francesca Menconi, Francesco Menconi, Daniela Monali, Fiammetta Mozzoni, Cristina Nicolai, Roberto Ravani, Margherita Rinaldi, Piera Rosi, Maria Teresa Santorsa, Sirio Sartori, Daniela Storti, Giuseppe Taurino, Maria Rosa Tongiani, Anna Maria Tonini, Maura Valettini e Fabio Veschi.
L’altro caso
Sei , sette milioni di euro, quindi. E non sono gli unici che l’Asl rischia di dover sborsare. Perché di fronte alla corte di appello di Genova è arrivato anche un altro ricorso, promosso da quasi 300 dipendenti Asl, con diversi profili professionali. Chiedono un risarcimento danni per usura psicofisica, usura dovuta al mancato riposo settimanale. Insomma, quei dipendenti contestano di essere stati chiamati in reperibilità la domenica e di non aver mai fatto il riposo durante la settimana successiva, lavorando così 7 giorni su 7. Le contestazioni riguardano il periodo dal 1998 al 2018. E in questo caso l’azienda potrebbe vedersi chiamata a pagare decine di milioni di euro. —
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