Il Tirreno

Ma dove è finita Massa, quella vera? - Il commento

Chiara Sillicani
Ma dove è finita Massa, quella vera? - Il commento

Da qualche mese, però, mi sveglio e questa città, la mia, non la riconosco più. È vero che le inchieste non sono processi e che la verità dei fatti si accerta in un’aula di tribunale, ma da quello che esce dalla procura mi sembra di esser finita in una terra che non conosco

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MASSA. Me lo chiedono sempre. Tutti o quasi tutti. Mi chiedono perché sono rimasta qui. E io mi sono sempre guardata intorno e ho sempre pensato che questa è una città in cui rimanere, crescere figli e lavorare. Perché qui - vi sembrerà un motivo banale - tutto è a due passi e io faccio la giornalista e la mamma. Qui ce la faccio a saltare a prendere i bambini a scuola, a portarli dai nonni, a tornare a lavoro. A metterli a letto. Tardi, ma ce la faccio. Qui non mi sento mai sola e se mi prendo un caffè incontro sempre visi noti. Mi rassicura. Qui quando arriva il caldo vado al mare e, nelle giornate più belle, salgo sulle mie Apuane. E ci porto pure i bimbi a vedere la città dall’alto. Tentativo di insegnar loro la lungimiranza: vedere lontano. Sì, a Massa tutti si fanno gli affari di tutti. Ma in fondo non è così dovunque?

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Da qualche mese, però, mi sveglio e questa città, la mia, non la riconosco più. È vero che le inchieste non sono processi e che la verità dei fatti si accerta in un’aula di tribunale, ma da quello che esce dalla procura mi sembra di esser finita in una terra che non conosco. Non più. Certo che a Massa di treni ne passassero pochi l’ho sempre saputo, ma adesso mi pare che manchino pure i binari. Ho sempre pensato che questa fosse città di gente che lavora, magari senza ammazzarsi, e che tira avanti a testa alta. Città di gente perbene. Poi scopro che qui tutto va a rotoli. E non c’è nulla che funzioni. Non c’è nulla di nulla. La cultura - non che ce ne sia mai stata troppa - non c’è più: il teatro è sotto sequestro. Spiegano gli inquirenti che chi rilasciava i certificati di prevenzione incendi, tra cui quello del nostro Guglielmi, lo faceva un tanto al chilo. Il teatro non si può aprire, bisogna rimetterlo a regola. C’è da accontentarsi di un teatrino per pochi. Le grandi aziende non ci sono più e nel mese di ottobre (dati Uil) le ore di cassa integrazione sono passate dalle 900 di settembre a 5000. Non c’è l’impresa e chi lavora nel pubblico, stando alle inchieste della Procura, lo fa con una certa leggerezza: in provincia e negli uffici regionali del Genio c’è chi timbra e poi esce. Qualcuno - sta scritto nelle ordinanze - aveva pure il secondo lavoro.

Peccatucci, penso, assenze dal lavoro dei colletti bianchi, però scopro che qui - parola del procuratore capo Aldo Giubilaro - c’è pure la mafia. Quella vera delle intimidazioni e delle minacce. La direzione antimafia di Genova è arrivata all’ombra delle Apuane e sono scattati gli arresti. Ci sono pure le bande. E quello lo sapevamo da un po’, da quel maledetto 2013 e dalla sua continua escalation di violenza a suon di sparatorie e risse. Ieri, però, la conferma che i modi da faida ci sono ancora. Qualche giorno fa due ragazzetti sono finiti ai domiciliari e uno in carcere minorile perché hanno ferito alla gola un coetaneo. A Marina di Massa, in pieno centro. Alle 6 di pomeriggio. Il pubblico ministero contesta il tentato omicidio.

Non c’è nulla di nulla. C’è la cacca, quella sì perchè la Procura è certa che il depuratore Lavello 1 non funzioni per nulla. Così vado in crisi perché io qui ci sono rimasta perché a Massa si vive bene. Perché quello spirito di piccola comunità - pettegola, ma vera - ci, e mi, avrebbe protetta. Ecco, ora mi chiedo, ma dove è finita la mia città? Quella che le botte se le dava - e se l’è data - ma nelle piazze. Per ideologia. Dov’è finita? Perché io qui ho deciso di restare. E a chi mi chiede perché, adesso non sono cosa rispondere. Massa, aiutami tu. Perché presto dovrò spiegarlo anche ai miei figli.
 

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