Il Tirreno

I bimbi, il calcio e i tatuaggi: Giacomo, un mister speciale

Luca Barbieri
Giacomo Galeotti e, a destra, i suoi Pulcini durante un allenamento sulla spiaggia
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Giacomo Galeotti e, a destra, i suoi Pulcini durante un allenamento sulla spiaggia

L’allenatore dei pulcini del Gds Nazzano e la sua filosofia più di vita che di sport: «Non voglio sentire parolacce e da piccoli bisogna imparare l’arte della sconfitta»

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CARRARA. Il gruppo, il divertimento e il sorriso di ogni bambino. Tutti questi gli ingredienti di una storia di un calcio dal sapore diverso arriva dalla provincia; quella che spesso deve fare i conti con strutture carenti. Una storia in questo caso non solo di sport, anzi; qui il risultato e le coppe passano in secondo piano e i bambini regalano al loro «istruttore» tatuaggi (e sorrisi).

E allora ecco a Nazzano Giacomo Galeotti, istruttore della categoria 2008 (pulcini secondo anno) del Gds Oratorio Nazzano (con Tommaso Michelucci, 22 anni). Si è tatuato “Ogni sorriso una vittoria”. «È il mio modo di dire “o si vince o si impara”, come Silvio Baldini. Io a queste cose credo fortemente. Se vinco un torneo, ma ho metà squadra che non è felice cosa ho in tasca alla fine?». È questo il pensiero che porta avanti il 29enne carrarese (tifoso giallo azzurro della Carrarese). Nello spogliatoio ha appeso l'intervista all'allenatore Marcelo Bielsa: «Mi piace chi ha un'idea di calcio, proprio come Baldini», sottolinea. Arriva al campo un'ora prima dell'allenamento: scrive, prende appunti e sistema il materiale in campo con grande cura e attenzione.

«Quando arrivano almeno possono subito iniziare», aggiunge. I bambini (una trentina i “suoi”) si cambiano da soli (senza genitori) e poi via un'ora e mezza di allenamento di cui una parte motoria (con gli esercizi di Andrea Foci, laureato in scienze motorie); poi la palla, tanta, con un allenamento pensato in 3 parti. «Ci sono piccole “regole” che ti lasciano tanto: ci si cambia insieme e si entra insieme perché almeno il primo impara ad aspettare l'ultimo e questo, viceversa, sarà spronato. Un'altra cosa - aggiunge - non voglio sentire parolacce».

Qualche regola e poi il campo, ma «basta con il risultato, passa quasi in secondo piano l'idea che sono bambini. Hanno bisogno di tempo, bisogna aiutarli in questo percorso. Non uso neppure il fischietto, loro arrivano qui dopo due cose più importanti come scuola e catechismo, hanno bisogno di divertirsi. Il calcio è una strada in salita, non tutti i bambini arrivano al solito livello e il mio compito è quello di accompagnarli in questo percorso. Abbiamo i nostri obiettivi, sia chiaro, ma preferisco il sorriso di un bambino a un torneo vinto con 10 bambini tristi».

Il gruppo, dicevamo, prima di tutto: «dopo la partita ci abbracciamo, tutti insieme, e chiedo se ci siamo divertiti. Prima impariamo l'arte della sconfitta», fa notare Giacomo che ha abolito la suddivisione in squadra “a” e quella “b”: «qui ci sono i gialli e i blu». E poi tante idee e iniziative per far gruppo, come la passeggiata facoltativa al mare di domenica mattina conclusa insieme con la partitella. «Per applicare questo metodo ci vuole l'aiuto di tutti; ringrazio i genitori, gli istruttori della scuola calcio, tutto lo staff, la società da Alberto Volpi ai nuovi soci, il “capo” Arianna Merciadri, Stefano Orsini e Roberto Franchini; ma il ringraziamento più grande va a mio fratello Gabriele, senza di lui non avrei mai iniziato». —
 

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