Sicurezza
Zucchero contro Monte Paschi: una querelle che dura 14 anni
Dopo due sentenze sfavorevoli al cantante, la Cassazione rinvia all’appello. La Suprema Corte: la banca non ha informato adeguatamente sui rischi
CARRARA. Una battaglia legale di 14 anni combattuta a suon di carte bollate. Schierati, l’uno contro l’altra, un investitore - e che investitore - e un istituto di credito. La banca è il Monte dei Paschi di Siena, l’investitore è niente meno che Adelmo Fornaciari, in arte Zucchero. Lo scontro legale è arrivato al terzo round: dopo quello nelle aule del tribunale di Massa, poi di Genova, è approdato, in terzo grado, in Cassazione. A ricorrere alla Suprema Corte è proprio il cantante: dopo due sentenze a lui sfavorevoli, la Cassazione ritiene invece accoglibili diversi motivi di ricorso esposti dai suoi legali (Arturo Antonucci, Vittorio Costa e Roberto Vassalle) e rinvia nuovamente alla Corte d’appello per la decisione.
Tutto comincia - per ricostruire la vicenda - il 28 giugno del 2004 quando Adelmo Fornaciari porta in tribunale a Massa (il cantante ha vissuto per anni ad Avenza e da tempo risiede a Pontremoli) il Monte dei Paschi e la nuova Banca Toscana spa. Chiede ai giudici di dichiarare la nullità «dei contratti di investimento finanziario stipulati» e di condannare le banche «alla restituzione all’istante degli importi versati e al risarcimento dei danni subiti». Il cantante, a causa di alcuni investimenti, ha subito perdite consistenti e ritiene che quelle perdite siano determinate, non dall’andamento del mercato, ma da “irregolarità” compiute dagli istituto di credito. Misconosce la firma su alcuni documenti, è convinto che alcuni titoli siano stati acquisiti senza il suo consenso formale. E accusa le banche di non averlo informato del rischio a cui si stava esponendo. Zucchero è all’apice della carriera. Come ricorda il Corriere della Sera in un articolo dedicato alla querelle sull’inserto economico, nel 2004, dopo un importante concerto alla Royal Albert Hall di Londra, pubblica l’album Zu & Co in cui duetta con artisti di caratura, da Sting a Bocelli e vende milioni di copie. Decolla la carriera, non gli investimenti. In primo grado, Zucchero perde la causa, decide, quindi di ricorrere in secondo grado: è il luglio 2013 quando la Corte di appello di Genova «rigetta l’appello principale proposto da Adelmo Fornaciari».
Zucchero sostiene che manchi il contratto quadro degli investimenti, che alcuni ordini non portino la sua firma. Per i giudici di appello, però, l’eccezione di mancanza di quel contratto è «tardiva» e il fatto che l’artista abbia ritirato frutti e cedole vale come ratifica degli ordini. Firma o non firma.
Anche in secondo grado, quindi, la sentenza non è favorevole al cantante che decide, comunque, di non demordere: ricorre in Cassazione. In quel ricorso, in particolare, sostiene che la Corte d’appello non abbia «attribuito alcun rilievo al disconoscimento, oltre che degli ordini di investimento, dello stesso contratto quadro». Per La Cassazione quel disconoscimento Zucchero lo avrebbe ribadito più e più volte, anche «nei motivi di appello». Insomma, su quel concetto il cantante avrebbe insistito ripetutamente. E secondo la Suprema Corte su quel misconoscimento non c’è stata alcuna pronuncia pur essendo «la questione relativa alla mancanza di sottoscrizione dell’investitore - si legge nella sentenza di Cassazione - del tutto rilevante ai fini del decidere». Non solo, secondo la Cassazione risulterebbe anche un deficit di informazione da parte della banca che «avrebbe omesso - si legge in atti - di fornire adeguate informazioni.... e ciò facendo leva esclusivamente sulla pretesa esperienza acquisita dal Fornaciari in investimenti di tal genere e sulla sua alta propensione al rischio».
La Corte di Cassazione rinvia quindi a Genova: sarà la Corte di appello, in diversa composizione, a pronunciarsi sulla vicenda.
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