Il Tirreno

processo per l’eutanasia 

Welby: «Trentini soffriva più di mio marito» Udienza rinviata in attesa della Consulta

Libero Red Dolce
Welby: «Trentini soffriva più di mio marito» Udienza rinviata in attesa della Consulta

Ascoltato anche Cappato. Parti convocate per l’11 novembre, nel frattempo la Corte Costituzionale si esprimerà sulla legge

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«Mio marito potevo girarlo, non si contorceva. Certe cose le ho viste solo conoscendo Davide Trentini, che viveva la sofferenza di una persona che non poteva fare altro che muoversi a scatti. Stava peggio di mio marito». E se a dirlo è Mina Welby, moglie di Piergiorgio, l’uomo simbolo suo malgrado della lotta per i diritti dei malati, c’è da credere che quel dolore sia stato enorme. Tanto da fargli decidere che «non ne poteva più - come racconta Welby in aula - niente gli avrebbe fatto cambiare idea: voleva suicidarsi e smettere di soffrire».

Era il giorno degli indagati sul banco dei testimoni ieri in aula nel processo per la morte di Davide Trentini, il malato di Sla morto in una clinica Svizzera nel 2017. Entrambi sono accusati del reato di istigazione e aiuto al suicidio , un reato contro il quale si battono da anni chiedendo una revisione della legge al Parlamento. Richiesta peraltro ribadita, con tutt’altra autorità, dalla Corte Costituzionale, lo scorso novembre. Ma il Parlamento, finora, ha fatto orecchie da mercante.

E ieri un’altra decisione importante è stata presa ai fini di questo processo. Il presidente della corte d’assise Ermanno De Mattia (una curiosità, i giudici laici sono tutte donne) ha deciso di rinviare la prossima udienza, che sarà di discussione, all’11 novembre. «Riteniamo di attendere la Corte Costituzionale - ha detto agli avvocati difensori alla fine dell’udienza - per conoscere la decisione e soprattutto le motivazioni». I legali delle difese avevano infatti chiesto, richiesta accolta dalla corte, di sollevare una questione di legittimità costituzionale. «Porremo una questione diversa sul tema dell’ordinanza legata al caso specifico di Davide Trentini», ha spiegato l’avvocato Francesco Di Paola, che insieme a Massimo Rossi, Maria Grazia Menozzi e Filomena Gallo, fa parte del consiglio di difensori di Welby e Marco Cappato.

Il primo a essere ascoltato in aula è Marco Cappato. Il processo non vuole provare la partecipazione e il ruolo dei due nel suicidio assistito di Trentini; quello è un fatto pacifico, come dice Cappato stesso «siamo stati noi a chiamare la aule di giustizia»,

Ma l’interrogatorio del teste serve a capire se, ai fini del reato contestato, Welby e Cappato abbiano spinto, persino istigato Trentini a suicidarsi. E su questo vertevano le domande del pm Marco Mansi e dei difnensori.

«Lui aveva già preso una decisione quando ci contattò - racconta Cappato - aveva già parlato con una clinica che gli garantiva tempi rapidi. Da noi voleva un aiuto, soltanto un aiuto materiale. Che poi fu anche materiale, ma lui raccoglieva ogni mese una cifra per organizzare il viaggio in Svizzera».

Convincerlo a cambiare idea non era il suo ruolo e l’approccio diretto alla questione, già tentato in famiglia, non gli pareva nemmeno sensato. «Io ho insisito molto con lui sul fatto che chi contattava in Svizzera si prendesse tempo per seguire la procedura, che dessero garanzie. Una di queste è quella di cambiare idea. Lui però d’incertezze non ne aveva. Mi raccontava che trascorreva l’intera giornata seduto al bagno, uno stimolo, a volte reale a volte no, lo costringeva lì».

L’ultimo viaggio per la Svizzera però lo fa con Mina Welby, che fa anche da traduttrice con il tedesco. «Il saluto con la madre, la mattina della partenza, fu commoventissimo», spiega.

La procedura fu seguita alla lettera, Trentini interrogato più volte dai medici fu sempre determinato a morire. «Quando riuscì a sbloccare l’interruttore per somministrarsi il farmaco letale - racconta, turbata, Welby - mi rivolse un sorriso di felicità. Io sentì un dolore al cuore, come quello che provai negli ultimi giorni di vita di Piergiorgio, mio marito». —

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di Redazione web