Attenzione
«Scompare ragazzo» Ma era uno scherzo
Allarme sui social per la presunta sparizione da scuola In questi casi si rischia la denuncia per “procurato allarme”
«Fate girare», hanno letto. E loro, solerti, hanno fatto girare. Un falso, o meglio uno scherzo diventato falso quante più persone lo rilanciavano. E per qualche ora “Andrea” (era indicato anche un cognome, che non riportiamo), ragazzo inesistente dal volto pescato nel passato, è scomparso senza essere mai veramente apparso.
Quando il messaggio ha cominciato a raggiungere una consistente quantità di persone erano passate almeno cinque o sei ore dall’ora della sua presunta scomparsa. “Fate girare: Andrea, studente di secondo media dell’istituto Malaspina non si è presentato all’uscita di scuola, non si hanno tracce dalla 13”, recitava il post con foto. Segue numero di telefono. Più passava il tempo più l’onda di preoccupazione montava; a sera chiunque avesse un pc o uno smartphone l’aveva ricevuta o almeno vista. Peccato si trattasse di un falso, creato per fare uno scherzo poi scappato di mano.
La notizia perfetta. Adatta a solleticare paure antiche e comuni: la genitorialità, l’infanzia in pericolo, il luogo sicuro violato. E infatti la comunità ha reagito. Col panico, tradotto in condivisione del messaggio da chat a chat, sui gruppi facebook, a voce. Persino in televisione.
Non c’era niente di vero. Hanno inventato tutto due ragazzi, usando una vecchia foto di un amico, allora un bimbo, oggi un ragazzo di 20 anni. Qualcuno però vede il messaggio, non coglie l’ironia e parte l’effetto valanga. Lo scherzo, la loro creatura, è diventato di tutti. Mutando. E riprenderlo è impossibile. Bastava poco per capire che si trattava di un falso. Il numero di telefono inesistente, del ragazzo nessuna traccia ufficiale. Nessuno aveva sporto denuncia. Di sera le condivisione del post originale sono oltre 500, innumerabili quelle su Whatsapp.
Tutto lavoro in meno per la polizia postale il giorno dopo. Risalire la catena in questo caso non è difficile, anche perché l’Istituto Malaspina, chiamato in causa, con prontezza in serata smentisce la notizia, confermando che non esiste nessuno studente con quel nome e che la foto corrisponde a un ex alunno, ormai maggiorenne, non coinvolto in alcuna sparizione.
Gli estensori dell’appello-scherzo sono stati convocati dalla postale e hanno ascoltato una bella ramanzina. Bisogna però tenere a mente che casi come questi sono perseguibili come “procurato allarme”, reato che prevede l’arresto per sei mesi e ammende pecuniarie. Attenzione, dunque.
Encomiabile, sotto il profilo civile e giornalistico la nota diffusa dalla scuola ieri. «L’appello è complessivamente verosimile. Molte persone, pensando di giovare alla causa, iniziano a diffondere la notizia; qualcuno mostra dei dubbi, ma, “per scrupolo”, fa girare su WhatsApp, su Facebook, un social network via l’altro. Anche un’emittente locale rilancia l’appello, estendendolo anche a chi eventualmente fosse rimasto affezionato a metodi più tradizionali di diffusione delle notizie. A scuola basta poco: un rapido giro di telefonate (nessuno conosce quel ragazzino, la foto sembra risalire a qualche anno fa, solo una classe esce a quell’ora) e una rapida verifica del database degli studenti (non sono presenti né il numero di telefono né il nome) e il sospetto diventa una certezza: nella peggiore delle ipotesi è una bufala, nella migliore uno scherzo sfuggito di mano. Poi qualcuno si ricorda di quel viso e si risale al ragazzo: è un nostro ex alunno, ormai ha più di vent’anni. Naturalmente quell’amico che si è dimostrato tanto superficiale avrà la sua brava lavata di capo. Ma ciò che ci preme è stigmatizzare il peccato di omissione di tutti quegli adulti che non hanno fermato la catena; che non hanno contattato la scuola per sapere come stessero effettivamente le cose; che hanno diffuso l’appello senza prima cercare uno straccio di conferma. Nella nostra scuola è attivo da molti anni un bel progetto di giornalismo, tenuto da un giornalista esperto, durante il quale non manca mai la lezione sull’attendibilità delle fonti. Nella nostra scuola da alcuni anni si insegna agli studenti l’utilizzo consapevole del Pc, dei software e di internet e in quel contesto ai nostri studenti di 11, 12, 13 e 14 anni spieghiamo che le “catene” di notizie per poter essere inoltrate devono prima essere verificate, che esiste il reato di “procurato allarme” e che non è una barzelletta. Forse qualcuno dovrebbe tornare a scuola». —
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