Sicurezza
Vivere nella melma: «Sono 40 anni che aspettiamo una risposta»
Massa, soddisfazione dei cittadini del Lavello dopo il sequestro del depuratore. «Partire da questo per riqualificare l’area»
MASSA. Al Lavello hanno fatto le valigie tutti gli animali. Aironi, uccelli, ranocchi hanno levato le tende da tempo e sono rimasti solo topi, mosconi e umani. Gli unici capaci di sopportare fango, feci e puzzi da quarant’anni. Lì, da sempre, anche prima del depuratore, venivano sversati i liquami delle fognature. Ma i residenti i ranocchi li rimpiangono; d’altronde è meglio il poco melodioso gracidare degli anfibi a «un tanfo che ti dà respiro un giorno ogni mille».
Non si respira aria di trionfo tra i residenti della zona il giorno dopo il sequestro del depuratore Lavello 1 voluto dalla Procura. Di soddisfazione sì, ma per stappare lo spumante i cittadini aspettano di capire come andrà a finire. Perché a chi vive in questa Venezia del fango, con le case che danno l’impressione di galleggiare tra i fanghi del fosso, per scrostarsi di dosso la sensazione di un perdurante disinteresse politico non basterà l’azione della procura. Al procuratore Aldo Giubilaro sono grati, lo ripetono tutti, ora però vogliono sentire risposte dalle amministrazioni e dalla Regione.
La battaglia però la rivendicano. «È una vittoria dei cittadini - spiega Franco Ceccarelli, che vive alla Partaccia ed è da tempo in prima linea nel denunciare la situazione - ora valuteremo se ci sono le condizioni per unirsi nell’azione legale e costituirsi parte civile in caso di processo. Chi vive qui ha diritto a un risarcimento per le condizioni che da dovuto sopportare».
Si avvicinano al cancello che delimita l’area del depuratore, c’è un certo piacere nel vedere quella scritta “sequestro preventivo”. Ma sono realisti. «Non pensiamo che da un giorno all’altro tutto si ferma qui - spiega Flavio Franciosi, del Comitato di salute pubblica Massa-Carrara - ma immaginavamo che Gaia avesse almeno un piano d’emergenza. Non si può continuare a sversare qui senza fare nulla. Adesso aspettiamo gli interventi che la procura ha imposto di fare, perché la situazione torni a essere normale».
Una normalità che inverta il segno di quello che finora è stato norma. Andare a dormire e svegliarsi col tanfo, chiudere le finestre in agosto per non fare entrare il puzzo, fare gli scongiuri quando la pioggia batte e i liquami risalgono dalle fognature, andare a mare trovandosi la pelle a chiazze rosse. «L’ultima estate è stata tremenda - racconta un’altra residente, Paola Del Freo - certi giorni bruciavano gli occhi e la bocca per l’odore di ammoniaca. Poi ci sono stati gli idrocarburi e sembrava di vivere in una sentina».
La parola d’ordine è una sola: partire dal sequestro per arrivare a una riqualificazione complessiva della zona. Ridando fiato al turismo. «Mia figlia vive a Pontedera - racconta Anna Del Freo, che ha la casa sul fosso Bozzone, ridotto a cloaca stantia di depositi organici - e viene d’estate con la famiglia. I bimbi vogliono fare il bagno a mare qui davanti, si sa com’è. Mio marito mi dice sempre di portarli via, lontano: “che li porti qui, a fare il bagno nella merda?”. Oddio, posso dirlo? Scusi, ma come altro la chiamo?». Qualsiasi sinonimo in effetti suonerebbe come un eufemismo, una diminuzione che si può permettere solo chi qui non sis veglia ogni giorno.
I carabinieri della forestale sono venuti a novembre, su richiesta dei residenti. Dopo gli esami gli scarichi sul Bozzone sono stati chiusi. «Per chi vive qui è stato un bel giorno - dice Franciosi - da lì hanno cominciato a picchiare sodo». Le istituzioni davano un segnale e per i cittadini è stato il boccaglio per respirare in mezzo alla melma. Fertilizzante ottimo per un comprensibile sentimento di sfiducia politica.
Una signora del posto si avvicina a giro ultimato. È timida e gentile, con i giornalisti non voleva parlare. «Io ci metterei una bomba lì, peccato che poi salta fuori tutta la merda ed è peggio. Ma questo non lo scriva». E ride.
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