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Buffon si racconta: mi sentivo indistruttibile poi la depressione

L.B.
Buffon si racconta: mi sentivo indistruttibile poi la depressione

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CARRARA. «Commando Ultrà Indian Tips (Trips, ndc), il nome del gruppo di tifosi che seguivano la Carrarese, ancora ce l’ho stampato sui miei guanti». Passa anche da lì, inevitabilmente, Gigi Buffon, in copertina nell’ultimo numero in edicola di “Vanity Fair”. Il portiere del Paris Saint-Germain all'alba delle 41 candeline (il 28 gennaio), infatti, nell'intervista tocca molti punti: dalla sua presenza in curva alla sua carriera, passando per i temi dell'attualità, come la violenza negli stadi. Buffon, quindi, cita quel “Cuit” – gruppo storico della curva nord di Carrara dal 1979 al 2003, fondato da Lauro Perini – che porta ancora scritto sui guantoni. «Incontravo gente di cui si parla tanto senza saperne nulla. Ragazzi normali. Sognatori. Idealisti. Alcune persone interessanti e qualche deficiente», racconta il portiere carrarese. Da qui fino ai recenti casi di cronaca di Milano. «Se affonda un barcone a Lampedusa e muoiono 300 persone ci commuoviamo e pensiamo anche ad adottare i bambini rimasti orfani, ma se non affonda ci lamentiamo dell’ingresso di 300 immigrati e ci chiediamo cosa vengano a fare. È difficile provare a contestualizzare quanto successo a Milano. L’odio è un vento osceno, da qualunque parte spiri. Non solo in uno stadio. Perché ho il forte sospetto che il calcio, in tutto questo, reciti soltanto da pretesto». Poi un tuffo nel passato: «Da ragazzo mi sentivo indistruttibile, pensavo di poter eccedere, di fare quel che volevo... Mi tengo ben stretta la sana follia dei miei vent’anni... Ho fatto le mie cazzate, ne ho assaporato il gusto e in un certo senso sono contento di non essermene dimenticata neanche una». Anche se, precisa, «non drogarsi, non doparsi, non cercare altro fuori da te sono principi che i miei genitori mi hanno passato presto. A 17 anni, quando in discoteca mi mettono una pasticca sulle labbra, io so come e perché dire di no». Ma non solo: ci sono anche la Nazionale («che noi calciatori lo abbiamo osteggiato è una balla colossale» sul ct Gian Piero Ventura) e i momenti difficili («Per qualche mese, ogni cosa perse di senso. Mi pareva che agli altri non interessassi io, ma solo il campione che incarnavo. Che tutti chiedessero di Buffon e nessuno di Gigi. Fu un momento complicatissimo. Avevo 25 anni, cavalcavo l’onda del successo e della notorietà», sulla depressione). Pochi anni dopo avrebbe vinto il mondiale. E tra dieci anni? «Spero di essere in piedi. Se ripenso al ragazzino che ero e ai sogni che avevo, non commuovermi è impossibile». —L.B.

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