Castagnara, i cittadini reagiscono dopo tre suicidi: «Stiamo insieme»
«Qui c’era una Selva, una foresta, ora sono solo palazzi. Vogliamo ricostruire i rapporti di essere umani»
MASSA. Da alcuni mesi, alcuni cittadini abitanti del Villaggio Castagnara, hanno iniziato a incontrarsi, per socializzare. Per riscoprire la gioia di stare insieme, parlare, magari organizzare una gita o una passeggiata. Una reazione, come spiega il promotore - che preferisce indicato essere indicato con il solo nome di battesimo, Mario - a una serie nera di suicidi, tre in un anno.
«Tre uomini si sono suicidati in un anno. Senza dimenticare quelli che lo hanno fatto negli anni passati. Perché? - scrive nella sua lettera aperta ai compaesani - Il mio nome è Mario e vivo in Castagnara dal primo ottobre 1957. Da quel giorno ho assistito al mutamento profondo di questo luogo da paese agricolo, che era, in un paese completamente cementificato. In particolare, mi ricordo della Selva, così la chiamavamo noi, era una foresta di alberi di ogni genere in cui vivevano ogni specie di piccoli animali, era un luogo vivo, animato e chi l’attraversava provava anche un certo timore per la bellezza selvaggia di quel luogo. Poi, per esigenze di urbanizzazione, quel luogo viene completamente stravolto, da bellezza selvaggia viene trasformato a luogo completamente cementificato».
E aggiunge: «Ironia della sorte lo hanno chiamano “Villaggio Castagnara” un nome che tradisce profondamente il significato di villaggio, perché questo luogo è tutto ma men che meno un villaggio. Spesso attraverso a piedi questo insieme di palazzi e mi accorgo che non provo più quel certo timore, anzi i miei occhi sono ciechi, non vedono le persone, non vedono i cuori che pulsano, che gemono, i miei occhi non vedono le gioie o le lacrime della sofferenza fisica e spirituale delle persone che incontro; le mie orecchie non odono i gemiti che si alzano struggenti dietro ogni finestra, ogni muro; il mio cuore non si apre all’accoglienza di tanta sofferenza vissuta con dignità fino a che qualcuno grida così forte ma così forte da risvegliare le mie paure con angoscia ed impotenza, e mi domando: perché?». E conclude: «Sono certo che tutto questo capita anche a molti di voi. È da questa considerazione che vorrei partire per dire con coraggiosa umiltà: Cosa dobbiamo fare? Cosa possiamo fare? Come vivere la nostra impotenza? Possiamo ricostruire e dare vita ai nostri rapporti di esseri umani e non farci annullare dalle difficoltà della vita quotidiana? Cosa?».
Quindi, da questa lettera aperta-appello, la decisione di lanciare una sorta di progetto di auto-aiuto collettivo. Un reciproco sostegno morale e spirituale. Da qui, la decisione come detto di «ostituire «piccoli gruppi di persone che cerchino di sostenersi a vicenda con incontri regolari presso il centro “Passo, passo trovo me stesso”». Questi gli obiettivi indicati da Mario: «Educarci nella condivisione, nella difesa dei valori cristiani e comunitari, costruendo solidarietà morale e spirituale. In quale maniera? Insegnandoci ed imparando a rispettarci l’uno con l’altro per come siamo, a saperci ascoltare, accettando i ritmi di ognuno di noi, nel silenzio, nel dolore di ognuno, attivando quella solidarietà emotiva che ci fa prendere a cuore l’emozione dell’altro».
Un programma impegnativo, senz’altro innovativo.
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