Il Tirreno

l’impianto a teglia 

Reperibilità in diga: anche 56 ore di fila Cgil, causa pilota contro il colosso Edison

Manuela D’Angelo
Reperibilità in diga: anche 56 ore di fila Cgil, causa pilota contro il colosso Edison

«Turni massacranti, nessuna sicurezza, gli operai in isolamento forzato non possono tornare a casa, né dormire»

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La Cgil di Massa Carrara ha aperto una vertenza sindacale pilota contro uno dei colossi dell’elettricità: Edison.

Si tratta della salute e della sicurezza dei lavoratori della diga di Teglia, nel comune di Pontremoli, famosa per essere stata protagonista di una devastante alluvione. A raccontare cosa accade in quella diga sono Nicola Del Vecchio, segretario generale della Filctem e l’avvocato Michela Poletti, che ha già depositato due esposti, uno all’Ispettorato nazionale del lavoro e uno al Pisll e un ricorso al giudice del lavoro, visto che Edison non ha risposto a nessuna delle mani tese dal sindacato. Il cuore del problema sono le ore di reperibilità speciale, previste in ogni campo lavorativo dalla legge italiana. Quindi anche per i lavoratori del settore elettrico.

Nel caso degli operai della diga di Teglia, però, queste ore di reperibilità, per volere dell’azienda, devono essere trascorse sul posto di lavoro. Il motivo è logico: la diga si trova a 5 chilometri dalla centrale, dove i lavoratori timbrano il cartellino, per poi prendere un’auto aziendale e recarsi in diga, attraverso un’unica strada. Una volta arrivati in diga inizia il loro turno di lavoro, otto ore, nella cabina di guardianaggio, che si trova ai piedi della diga.

Il loro compito è monitorare il livello delle acque, fare manutenzione. Alla fine del proprio turno di lavoro scatta il periodo di reperibilità, 15 ore. Se si trattasse, ad esempio, di un medico, questi lascerebbe l’ospedale e si recherebbe a casa, pronto a “scattare” qualora arrivi una telefonata, per una urgenza. L’operaio di Teglia, invece, non avrebbe tempo di intervenire prontamente se lasciasse la diga e quindi Edison ha costruito per lui una casetta, staccata dal guardianaggio, posta sulla cima dell’impianto, da raggiungere con un carrello mobile, che percorre una galleria scavata in verticale nella parete della diga. In casa c’è la Tv, la cucina, le stanze da letto, il bagno. Insomma, tutti i confort. L’operaio reperibile è uno solo, completamente isolato dal mondo. Un isolamento, secondo la Cgil, forzato. «Gli operai sono costretti a 15 ore di reperibilità, pagate 1 euro soltanto se avviene l’intervento straordinario. Di fatto però sono sul posto di lavoro e non si possono mai distrarre. Se decidono di dormire, ad esempio – spiega Del vecchio – devono togliersi il dispositivo “man down”, che è un salvavita, che suona e avverte soccorsi se il corpo si ferma per più di cinque minuti. Lo utilizzano gli operai che lavorano da soli in posti isolati, come una diga. Per riposarsi quindi devono staccarlo, anche perché indossarlo per Edison significherebbe che sono ancora a lavoro, e che quelle ore andrebbero retribuite non con il metodo della reperibilità. Ma se gli succede qualcosa in quel frangente, nessuno se ne accorgerebbe».

La giornata tipo di uno dei 4 operai addetti alla reperibilità straordinaria, nella peggiore delle ipotesi è questa: «Alle 8 del mattino in sala monitor – spiega sempre la Cgil– dalle 12 alle 13 pausa pranzo, che però non può essere svolta fuori dall’impianto, perché tassativamente vietato dalla Edison. Dalle 13 alle 17 si torna in sala monitor per finire il proprio turno di lavoro e iniziare quello di reperibilità. Il lavoratore sale sul montacarichi, attraversa il tunnel nella roccia, raggiunge la casetta e trascorre lì pomeriggio, sera e notte, fino alle 8 del mattino seguente, quando dovrà iniziare il suo “nuovo” turno di lavoro. E se costretti a saltare i riposi per via di malattie, ferie, o incidenti, come accaduto, le ore consecutive possono arrivare a 56. Il tutto magari con giornate di maltempo. Le 15 ore trascorse nell’appartamento, per l’azienda, non sono da considerare lavorative, perché mangiano, guardano la tv e si riposano come farebbero a casa loro. Per la Cgil, invece, sì» —

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di Redazione web