Toscana
«Altri quattro sacerdoti ebbero mille euro dal vescovo»
Il professor Paolo Mannini ricostruisce le recenti vicende giudiziarie: «Il procedimento nei confronti del monsignore non doveva neppure iniziare»
MASSA-CARRARA. Il professor Paolo Mannini, in una nota, ricostruisce con alcuni elementi di novità la vicenda giuridica che ha visto il proscioglimento del vescovo Monsignor Giovanni Santucci nel caso don Euro. E lo fa per dire che a suo avviso, quel procedimento non avrebbe dovuto iniziare. Innanzitutto, ricorda, «Stato e Chiesa sono indipendenti e sovrani (sovranità primaria) ciascuno nel proprio ordine ed è inammissibile l’ingerenza reciproca». E, aggiunge, vi è una «Riserva di giurisdizione in ordine a provvedimenti del Vescovo in materia di culto, assicurando libertà culto ed esercizio della giurisdizione in materia ecclesiastica. L'amministrazione dei beni ecclesiastici è competenza escusiva del Vescovo, secondo il Diritto Canonico». Non solo: per i prelati, vi è «divieto di rilasciare dichiarazione su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero. La violazione comporta la inutilizzabilità,rilevabile anche d'ufficio in ogni stato e grado del procedimento». Ciascuna affermazione del professor Mannini, ex insegnante dei licei di Massa e di Carrara, è accompagnata dal relativo riferimento giuridico.
E ricorda che, documenti alla mano, in anni recenti il vescovo ha elargito cinque assegni da 1000 euro ciascuno a 5 sacerdoti in stato di bisogno, altri quattro quindi oltre a don Euro, soldi attinti dal fondo apposito Pie Messe legati, «secondo finalità del fondo medesimo, insindacabile da Magistratura ordinaria e penale. L'amministrazione dei beni ecclesiastici è soggetta ai controlli del diritto canonico». E secondo il professore, il Vescovo «non è processabile perché ente sovrano. A suo avviso, poi, il vescovo scrisse non all’assicurazione ma «all'Ente sovrano Istituto sostentamento del clero».
Tornando alla questione del fondo Pie Messe legati, Mannini ricorda che ha la finalità «di sostenere sacerdoti in quiescenza e in stato di bisogno(come rappresentato al Vescovo da don Luca, ignaro il vescovo della ricchezza personale dello stesso ormai ex sacerdote). Il vescovo, che ha ben amministrato il fondo messe, si è trovato con 5.000 euro di interessi e ha deciso di beneficare 5 sacerdoti in stato di bisogno. Quindi «nessun favore era stato concesso al solo don Luca». «Infine, il sequestro dei 900.000 euro a don Luca pare misura abnorme: la procura ha conteggiato in 40.000 euro il ricavato raccolto dal prete gaudente, in 10 anni ossia 4000 euro all'anno, poco più di 300 euro al mese, poco più di 10 euro al giorno: cifre incompatibili con il lusso e le frequentazioni di escort. In genere si sequestra, se non per equivalente, il doppio.Don Luca è senza assegno alimentare e versa in assoluta miseria, pur disponendo di quel patrimonio. Una severità disumana. Don Luca si difenderà in giudizio: per peccati? Il silenzio e il mugugno del clero diocesano a me pare un comportamento assai poco ammirevole, come il silenzio della Cei e della Nunziatura, ad oggi». —
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