Il Tirreno

i retroscena della maxi inchiesta della dda di genova 

Di Stefano, l’ex pentito della ’ndrangheta che a Massa ricominciò a delinquere

Manuela D’Angelo
Di Stefano, l’ex pentito della ’ndrangheta che a Massa ricominciò a delinquere

Era arrivato in città come collaboratore di giustizia, ma uscì dal programma di protezione dei testimoni e formò la My Way

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massa

Era il 2008 quando Massa accolse un pentito della ’ndrangheta, che si mischiò alla cittadinanza, iniziò a tessere rapporti, a farsi amici, nemici e contatti: Massimo Di Stefano uno dei capi dell’organizzazione criminale di stampo mafioso, oggi in carcere per estorsione e 416 bis, arrestato nel blitz dei carabinieri, nell’ambito di una grande indagine della Dda di Genova.

Non è facile da digerire per una città come Massa, che si reputa da sempre “tranquilla”, aver capito, solo oggi, di essere diventata, negli anni, la piccola culla della microcriminalità organizzata. Uno dei semi è stato piantato nel 2008, quando a Massa arrivò Massimo Di Stefano, per “cambiare vita” e trovare protezione in questa piccola cittadina del nord della Toscana. Di Stefano era un pentito legato negli anni Ottanta alle cosche lametine dei De Sensi, diventato collaboratore di giustizia nel 1995, e mandato al nord con il programma di protezione testimoni.

Di Stefano in quegli anni avrebbe fornito informazioni sul duplice omicidio di Pasquale Cristiano e Vincenzo Tramonte, due netturbini uccisi il 24 maggio del 1991 e raccontato la sua verità su altri delitti, come l’omicidio di Antonio Mercuri, candidato alle elezioni del consiglio comunale di Lamezia Terme, ucciso l’11 maggio del 1986. Lui, ma soprattutto la sua famiglia, per queste rivelazioni furono protetti dallo Stato italiano per 15 anni. A Massa, però, Di Stefano perse la retta via e tornò a delinquere, piccole cose, in realtà, ma tali da far decadere le tutele e i benefici dei collaboratori di giustizia. Per questo a Massa rimase, fino ad oggi, da ex pentito. E’ la Commissione centrale per le speciali misure di protezione a revocare al pentito e ai suoi congiunti, il 13 maggio 2010, i benefici previsti dalla legge, attribuendo a Di Stefano specifiche e concrete inosservanze tra cui “detenzione illegale di arma, munizionamento e ricettazione, certificati medici falsi ed altre falsificazioni effettuate mediante computer”. Forse già allora Di Stefano aveva cominciato a servirsi dei favori della tipografia di piazza Liberazione, oggi sotto sequestro, utilizzata dal clan per la falsificazione di carte d’identità e titoli finanziari. Una condotta che per la Commissione rivelò “spregio per il rispetto della legge”.

Le cronache locali del sud tornano ad occuparsi dell’ex pentito quando Di Stefano si rivolge al Tar del Lazio contro la decisione della revoca di protezione. Ma perde (la sentenza è del 30 gennaio 2012) e a nulla valsero gli appelli di clemenza, i sit- in fuori dalla Procura di Catanzaro, e ben due interrogazioni parlamentari che chiedevano spiegazioni al ministro: la prima dell’11 luglio 2012 dell’on. Pd Rita Bernardini e la seconda dell’allora senatrice Pd Doris Lo Moro (passata poi ad Mdp). Di Stefano era tornato un uomo qualunque per la società e Massa continuò ad essere una culla accogliente. I fatti ci riportano ad oggi: la costituzione della srl My Way, con Carmine Romano e Fabrizio Micheli, il sodalizio con Sergio Romano e Giovanni Formicola, nomi conosciuti della criminalità organizzata campana, l’arruolamento di “galoppini” locali, come Nicola Mari e Alessandro Puccetti, un complice tra gli alti funzionari Mps, soggetti deboli ricattabili e quindi fedeli. Ottenevano prestiti falsificando documenti e buste paga, con minacce e persecuzioni, turbavano le aste immobiliari. Di Stefano oggi è in carcere con l’accusa di estorsione e associazione di tipo mafioso, in concorso di reato —

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