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"Mi hanno minacciato ma io non ho paura": parla Albanese, il coraggio contro il clan
«Sono in carcere ma non credo sia finita. La notte non dormo, temo per la mia famiglia, ma li affronterò da uomo»
MASSA. Ha subito minacce di ogni tipo, per sé e per la sua famiglia, anche un incendio nel suo autonoleggio, il 22 novembre del 2017; è stato pedinato, ha rischiato di perdere l’attività, la casa, ma non ha paura. Ha denunciato quanto sapeva e gli era successo ai carabinieri e non ha ceduto al clan mafioso, che cercava di farlo soccombere. Mario Albanese è stato tutto il giorno in Procura, a Genova, ma quello di cui ha discusso con i magistrati non può ancora essere rivelato.
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All’uscita dagli uffici parla al Tirreno di come è cambiata la sua vita: «Un pomeriggio mi vidi arrivare al cancello due energumeni; non li avevo mai visti prima, chiesi chi fossero e risposero che erano amici di amici. Avevano uno spiccato accento napoletano. Non mi fidai, non volevo aprire. Poi capii che era meglio parlare». Sta parlando di Sergio Romano e Giovanni Formicola, i due campani appositamente chiamati a Massa da Massimo Di Stefano, il capo clan, per sistemare la faccenda dei due fratelli Francesca e Nicola Mari, che volevano riprendersi la casa che Albanese aveva appena acquistato all’asta.
«Non ho mai saputo chi fossero questi Mari – racconta Albanese – io ho solo avuto la sfortuna di comprare i loro immobili all’asta. Ammetto invece che conoscevo sia Di Stefano che Romano, ma solo perché erano facce note. Avevano una finanziaria in centro. Non avevo mai trattato affari con loro però». «In quest’anno a volte ho temuto per la mia famiglia – continua – mi sono dovuto allontanare dai miei cari perché avevano avvicinato mia figlia. La paura era per loro, non per me. Io di loro non ho paura e per questo ho avuto il coraggio di denunciare. Però non dormo la notte. I pensieri sono troppi».
«Ogni volta che vedevo i due energumeni napoletani ci tenevano a farmi sapere che “qualcuno si sarebbe fatto male” se la casa non fosse tornata a Francesca Mari e che comunque se anche l’avessi tenuta per me nessuno ci sarebbe mai andato a vivere. Dicevano sempre che erano partiti dal meridione per sistemare questa pratica e che dovevano raggiungere l’obiettivo. Per intimidirmi mi dissero anche che uno di loro era appena uscito dal carcere. Ma io sono un ex maresciallo dei Carabinieri, le persone così non mi intimidiscono». «Avevo capito che dovevo stare al loro gioco, fare i compagnoni, come dicono a Napoli, ma mi hanno reso la vita impossibile».
«Ora sono in carcere ma io non credo sia finita. Sono stato minacciato soltanto due giorni prima degli arresti e sono sicuro che continueranno. Loro sono la punta del diamante ma sono certo che siano in tanti. Giro per strada sempre con più persone, non voglio stare solo e quando entro in casa mi guardo le spalle, per veder se mi hanno seguito. Non posso mollare, ho degli operai da mantenere, due attività da portare avanti. Quindi non ho paura, se mi vogliono affrontare lo facciano da uomini».
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