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Puccetti, il provinciale furbetto del cartellino ora accusato di estorsione

Chiara Sillicani; C.S
Puccetti, il provinciale furbetto del cartellino ora accusato di estorsione

Il dipendente di palazzo ducale è rimasto anche coinvolto nella inchiesta sugli assenteisti Adesso è ai domiciliari  per l’indagine della Dda

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MASSa

Per i massesi il suo è un volto noto. Forse l’unico volto noto tra quelli degli indagati coinvolti nell’inchiesta della Dda di Genova: Alessandro Puccetti è agli arresti domiciliari con l’accusa di estorsione.

Per chi fa politica Alessandro Puccetti è il militante di Italia dei valori, per i più è il ragazzone che serve il caffè, nel bar di famiglia, in piazza Mercurio (l’attività è ora passata ad altri proprietari). Lavora in Provincia, è amministratore contabile, ma per i massesi la sua faccia è indissolubilmente legata allo storico bar. Che lavora a Palazzo ducale lo sanno in pochi in città e chi lo sa pensa che usi le ore libere per dare una mano alla moglie. Per la Procura, invece, il cameriere lo fa pure in orario di lavoro: Puccetti a settembre rimane, infatti, coinvolto nella inchiesta, condotta dalla pubblico ministero Roberta Moramarco, sugli assenteisti in Provincia e al Genio civile. La Procura fa installare telecamere all’entrata degli enti e pure davanti al bar di Puccetti e lo immortala mentre serve caffè dopo aver strisciato - è l’ipotesi accusatoria - il cartellino a Palazzo ducale. Nell’ambito di quella inchiesta, Puccetti finisce agli arresti domiciliari. La misura è poi revocata e sostituita con l’interdizione dal lavoro.

Ieri però Puccetti ai domiciliari ci torna e questa volta per una inchiesta della direzione distrettuale antimafia su un gruppo criminale che operava in città. Per l’accusa Puccetti ha avuto un ruolo in un episodio di estorsione ai danni del funzionario bancario Luca Terreni. Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, infatti, Puccetti, in concorso con Massimo Di Stefano, Carmine Romano, Fabrizio Micheli e Nicolas Di Stefano sarebbero riuscito ad ottenere dal bancario, minacciandolo, una somma complessiva di 30.000 euro.

Il funzionario di banca, in una prima fase, con il gruppo avrebbe «posto in essere una serie di attività truffaldine consistite in intestazioni di rapporti bancari e finanziari in capo a soggetti ignari». Poi diventa la vittima: gli altri gli fanno credere che persone, o parenti di persone, precedentemente truffate sono pronte a denunciarlo. Il gruppo si rende quindi disponibile a fare da mediatore, a demotivare i truffati, a farli desistere, in cambio di denaro, dal denunciare. E Puccetti, secondo gli inquirenti, si finge parente di una donna truffata per estorcere denaro al bancario. È lo stesso Carmine Romano a contattare Puccetti il 18 aprile e Puccetti manifesta - scrivono gli inquirenti - « la propria disponibilità, affermando “Ah... va bene... poi mi dici cosa c’è da fare”». È Puccetti quindi a chiamare Terreni fingendosi lo zio di una truffata. Puccetti fa la voce arrabbiata per la truffa alla nipote. Dice a Terreni al telefono: “Dimmi cosa dimmi co... non lo sai? Eh, te lo faccio di da mia nipote cosa? Eh ma siete mica rovinare la gente così”. E ancora, sempre a al bancario: «Avete rotto le palle a vivere alle spalle degli altri, a fregare la gente va bene?». —



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