Il Tirreno

COSì AGIVA LA BANDA DEI MALAVITOSI 

«Noi Massa la governiamo»: in pugno avevano il direttore di una filiale

DANILO D’ANNA
«Noi Massa la governiamo»: in pugno avevano il direttore di una filiale

Estorsioni, prestiti fasulli, conti corrente fantasma, minacce: non è un romanzo criminale, accadeva a Massa

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MASSA

«Noi Massa la governiamo, non la comandiamo, la governiamo». Dicevano così le persone arrestate nell'ambito dell'inchiesta della Dda di Genova e dei carabinieri di Massa su un giro di estorsioni aggravate dal metodo mafioso.

E non era una spacconeria perché la governavano per davvero. Avevano in pugno il direttore della filiale del Monte dei Paschi di piazza Aranci, Luca Terreni, e lo costringevano a fare prestiti a persone che non avevano i requisiti per ottenerli. Il clan prima ha finto di essere amico, poi ha minacciato il bancario, facendolo diventare una delle tante vittime da terrorizzare.

Controllavano anche una tipografia in piazza della Liberazione e lì stampavano moneta falsa e documenti farlocchi per aprire conti correnti fantasma che utilizzavano per transitare soldi non loro che poi prestavano, probabilmente a tassi d’usura (ma gli inquirenti stanno lavorando per accertarlo).

Massa, e la provincia apuana, era diventata territorio di camorra e ‘ndrangheta. Quello che fino a ieri era solo un allarme è diventato realtà. Come fa capire il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi: «È una delle prime operazioni - ha sottolineato - che dimostra come a Massa vi siano infiltrazioni di soggetti provenienti da altre zone ad alta intensità mafiosa che inquinano il tessuto economico locale».

Ma Cozzi e il sostituto procuratore Federico Manotti, della Direzione distrettuale antimafia, che ha coordinato l’indagine sulla mafia apuana, denominata Drago, avevano fatto intuire qualche mese fa che c’era qualcosa che stava bollendo in pentola. Venendo in prefettura per un incontro che avevano definito di routine e che invece di routine non era per niente: «C’erano le indagini in corso, non potevamo dire nulla. Ma il quadro a quel punto era chiaro e sapevamo che dovevamo intervenire al più presto», continua Cozzi. I carabinieri del comando provinciale, diretti dal tenente colonnello Massimo Rosati, e soprattutto quelli del nucleo investigativo, diretti dal tenente colonnello Tiziano Marchi, era da più di un anno che stavano alle costole di Massimo Di Stefano, Carmine e Sergio Romano, quelli che di fatto tessevano le fila di questa storia che sembra essere ambientata in Campania o in Calabria. Da quando un imprenditore massese si è presentato alla caserma Plava per denunciare quello che gli stava succedendo. Un’estorsione con minacce. E siccome l’uomo ha temuto per la sua vita ha chiesto aiuto all’Arma. Aveva acquistato una casa all’asta che apparteneva a Nicola e Francesca Mari. I due gli hanno chiesto di restituirgliela, offrendo una cifra ridicola. Ovvio il no. E questi invece di desistere o rilanciare hanno chiesto aiuto ai “malamente”, facendo arrivare gli amici da Lamezia Terme e Portici. Stavolta all’imprenditore non hanno fatto offerte, se non tremila euro per il disturbo. In ballo c’era la sua vita. Da qui mesi e mesi di pedinamenti e intercettazioni. Ed è venuto fuori tutto il marcio che covava ai piedi delle Apuane.

La provincia apuana non è nuova alla criminalità organizzata: prima di questa un’altra indagine, che si è conclusa con il rinvio a giudizio di un quarantenne siciliano, Bartolomeo Monachella. Anche questa riguarda un tentativo di estorsione fatto ai danni di un imprenditore nisseno che lavorava in subappalto al Nuovo Pignone. L’uomo aveva detto al suo datore di lavoro di appartenere al mandamento di Gela e di non essere disposto a fare sconti perché doveva rispondere di quelle somme personalmente davanti ai boss. Uno di questi era il fratello Gaetano, personaggio conosciuto dall’antimafia di Caltanissetta. —

DANILO D’ANNA



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