Italia
Come nel Padrino ma alla massese: «Lo ammazziamo, è la nostra parola»
Le intercettazioni della Procura di Genova: Albanese era minacciato, doveva “restituire” casa alla famiglia Mari
massa
«Ascolta Sergio, questo ora c’è da ammazzarlo, te lo dico papale papale». Sembra di stare in una scena del Padrino, ma siamo a Massa, nella centralissima piazza degli Aranci. A parlare è Nicola Mari, agli arresti domiciliari per “estorsione” e “associazione mafiosa”. Il 416 bis. Intimidazioni e frasi da romanzo criminale che a raffica vengono pronunciate dai protagonisti dell’inchiesta della Dda di Genova. Mario Albanese aveva fatto l’errore di comprare all’asta due immobili (oggetto di procedure esecutive presso il Tribunale di Massa) di proprietà della famiglia Mari, Giovanna Alibani e Francesca Mari, rispettivamente madre e figlia. Con il fratello, Nicola Mari, hanno fin da subito cercato di rientrare nella piena proprietà degli appartamenti, cercando di farseli rivendere da Albanese allo stesso prezzo dell’asta. Per convincerlo, la famiglia Mari decise di ingaggiare Giovanni Formicola, Sergio Romano e Carmine Romano, appositamente partiti dal meridione per sistemare “la cosa” come la chiameranno sempre nelle loro conversazioni. «La casa va restituita a loro, punto e basta» dicono i due intercettati. «Tu lo sai, io ho una parola sola..fratello. Guagliò (ragazzo) hai visto?».
Per la Procura di Genova non ci sono dubbi: il metodo è mafioso. Albanese ha una concessionaria di auto usate in via Massa Avenza e un ristorante sul mare, “Alba beach”: all’inizio sembra non voler cedere alle intimidazioni. Per questo la famiglia Mari arriverà a chiederne addirittura la morte. L’autonoleggio viene dato alle fiamme la notte del 22 novembre 2017 e il giorno dopo Carmine Romano, in carcere per estorsione e per il 416 bis, si lascia scappare: «gli ho fatto un favore..ha preso anche i soldi dell’assicurazione.. ma cos i vò (cosa vuole)». Coloro che devono “convincere” Albanese a cedere gli appartamenti, si chiamano tra di loro “uomini d’onore” e non riuscire a concludere l’affare appare un disonore: «no..no..non fare nulla perché se tutto va male – dice Sergio Romano cercando di confortare Nicola Mari – ti prometto te lo giuro su Dio che salgo un’altra volta.. perché mi sono rotto i c...e lo faccio..a questo punto chiudiamo a modo mio..se entro oggi e domani non chiude questa cosa io martedì vengo, apri la porta entri dentro e mi metto io in casa..e vediamo quante palle ha questo. Se lui non fa così rompiamo la porta e vi mettete dentro tu e tua sorella e poi...».
Dalle intercettazioni è Nicola Mari quello che dimostra atteggiamenti bellicosi nei confronti di Albanese: «Sai cosa sta facendo questo figlio di p..? Poi dopo mi inc..., te lo dico già, questo Albanese di m...» trovando in Sergio Romano sempre una spalla disponibile: «Lo chiamo io questo cornuto? gli dico senti..rispondi subito str... proprio così lo comincio a chiamare? Mario Albanese mi ha rotto il c.. ora se mi salta la testa...cosa vuole fare questo scemo, come lo devo bloccare ora questo lota (fango) gli devo fare uscire la m.. dalla bocca?».
Ad un cero punto spunta l’idea di firmare un finto contratto di locazione: «Ora faccio un’operazione – dice Carmine Romano – all’imbrunire, andiamo là, chiamo il fabbro e facciamo cambiare la serratura e Francesca si butta dentro, io preparo un contratto unilaterale e lo deposito all’agenzia delle entrate ok? dove praticamente questo signore ci ha invitato a fare il contratto e poi non è mai venuto...e quindi è una prassi che si può fare». Un giorno, è sempre Sergio Romano a promettere a Mari: «poi te lo mando pure in ospedale...a modo mio, un’altra volta...», perché, una volta aver capito che Albanese, tramite minacce, non avrebbe fatto ciò che ordinavano, era necessario pianificare azioni violente.
Il romanzo criminale continua come in un copione: Albanese venne pedinato dalla coppia Romano- Micheli, e la sua famiglia, amici e parenti, raggiunta da tale Alessandro Iengo, detto “la scimmia”, un personaggio gravitante nell’area della criminalità partenopea, per farlo cedere. Un vero e proprio «accerchiamento della vittima» così lo descrive il Pm Federico Manotti titolare dell’inchiesta. Un uomo pressato e portato alla fine ad eseguire parte degli ordini: depositare il saldo per l’acquisto della casa, fotografando l’assegno, perché «se vogliamo – gli scrive in un messaggio “la scimmia” – arriviamo non soltanto a te ma anche ai tuoi cari» —
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