Sicurezza
Il procuratore capo: i casi sono in aumento
«Siamo di fronte a un fenomeno trasversale, oggi finalmente si denuncia»
MASSA– CARRARA
Il 19 febbraio prossimo saranno otto anni esatti dal suo arrivo, come procuratore capo a Massa-Carrara.
Aldo Giubilaro questo territorio, così complesso, adesso lo conosce davvero bene e dal suo osservatorio può dire: «Il fenomeno della violenza sulle donne è purtroppo in aumento».
Dottor Giubilaro i casi di violenza sulle donne sono in aumento?
Purtroppo sì, la violenza è in aumento non solo nei confronti delle donne, ma anche nei confronti dei soggetti più fragili e più deboli. È un dato di fatto con cui stiamo facendo i conti.
A oggi ci sono più donne maltrattate?
Anche in questo caso mi trovo costretto a rispondere in maniera affermativa. Ma bisogna fare una precisazione: i casi di violenza sulle donne sono in aumento ma anche perché, rispetto a una volta, le donne di oggi non sono più disposte a subire e a stare zitte. Adesso hanno trovato la forza di denunciare e questo è un dato che va letto in maniera positiva. È vero quindi che ci sono più casi di maltrattamenti e violenza contro le donne, ma è pur vero che le donne denunciano di più. Sono uscite dal silenzio.
Come si inquadra questo fenomeno?
Come poco spesso accade quello della violenza sulle donne è, ahimè, un fenomeno democratico. Questo significa che non ci sono distinzioni di fasce sociali, di ceto e di istruzione. Non ci sono ricchi, poveri, colti o ignoranti: ci sono uomini che maltrattano le donne. E non si può ascrivere questo fenomeno a contesti di disagio sociale perché è davvero un fenomeno trasversale,
Come si spiega questo incrmento dei casi di violenza?
Bisogna fare un discorso molto più ampio e complesso. Siamo di fronte a una manifestazione di violenza diffusa che non riguarda solo il territorio di Massa-Carrara ma che è davvero generalizzata. E all’interno di questo contesto che emerge il dato della violenza sulle donne, ma lo ripeto si tratta di un contesto dove la violenza, intesa come aggressività è un fenomeno con cui si fanno i conti quotidianamente.
Ci spieghi meglio
Non credo di dire cose nuove quando parlo di aggressività diffusa: basti pensare alla politica e a un certo tipo di linguaggio. Basta pensare a programmi televisivi, che vanno avanti per ore, per giorni, attorno a fatti di sangue sviscerandoli nella loro crudezza, nei loro aspetti più violenti. E basta anche pensare ai ragazzini, al mondo dei videogiochi violenti con cui spesso si rapportano.
Un quadro preoccupante
Purtroppo sì. Sono solito fare un esempio, per inquadrare meglio la situazione: anche una trasmissione innocua, come la fiction di Don Matteo, non è immune alla violenza. Ci scappa sempre il morto. Questo giusto per fare capire che quando si parla di violenza diffusa si parla anche di questa sorta di rappresentazione della morte, intesa come aggressione, che si vive anche semplicemente guardando la televisione. Anche mettendosi con la famiglia davanti a una fiction che dovrebbe essere di svago.
Ma ci stiamo abituando alla violenza?
Anche in questo caso mi trovo costretto a dover rispondere di sì. C’è una sorta di assuefazione alla violenza, come la chiamano gli psicologi. Anche in questo caso mi servo di un esempio: quando ci fu il primo naufragio di uno dei barconi dei migranti ci fu una sollevazione di coscienze, fece un grande scalpore, se ne parlò per giorni in televisione. Adesso sembra che ci si sia assuefatti anche a queste tragedie, di sicuro non suscitano la stessa reazione, la stessa sollevazione di coscienze della prima volta. E questa non è certo una cosa postiva». –
ALESSANDRA VIVOLI
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