Sicurezza
“Tremate, le streghe son tornate” 600 in piazza per dire no al Pillon
Un lungo corteo colorato con musiche della Carrà e della Rettore rilancia le lotte femministe
MASSA
“Insieme siam partite, insieme torneremo. Non una, non una, non una di meno”. Avevano annunciato una passeggiata rumorosa, colorata e indecorosa. Lo è stata. Cinquecento persone hanno aderito alla manifestazione organizzata a Massa dalla rete antisessista di Massa Carrara per la "Street parade No Pillon: la mia strada la scelgo io”. E fra le tappe del centro città che hanno anche simbolicamente “ripreso” per sottolineare che «le strade sicure le fanno le donne e gli uomini che le attraversano», fra slogan e musica hanno contestato, punto per punto, la proposta del senatore leghista Simone Pillon «che stabilisce che la donna non è capace di distinguere se è stata vittima di violenza».
Partenza dal tribunale di Massa alle 17. Lì si sono radunati i dissidenti anti Pillon. Molte “streghe” e ancelle fra loro: tuniche rosse, cappelli a punta e tanti cartelloni sarcastici e provocatori. Ma anche pieni di parole di rabbia a testimoniare che la contestazione è stata anche un momento per denunciare più ampiamente tutto il sistema patriarcale: «L’uomo violento non è malato – hanno urlato – è il figlio sano del patriarcato». «L’associazione nazionale D.i.r.e., Donne in rete contro la violenza – legge Marina Amadei, del centro antiviolenza Duna che ha aderito alla rete antisessista – denuncia prassi giudiziarie che minano l’attuazione dei principi e degli obiettivi della Convenzione di Instabul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Dall'esperienza dei centri antiviolenza emerge che ancora oggi tante donne non ottengono giustizia perché gli iter giudiziari durano anni e i reati cadono in prescrizione, i processi sono viziati da stereotipi e pregiudizi e in aula si dibatte con modalità che tendono a colpevolizzare e screditare le vittime reiterando la violenza». Imputati nel processo simbolico al sistema patriarcale anche gli organi di stampa: «è necessario lavorare per scardinare la cultura sessista che è alla radice del fenomeno - ha continuato Amadei - in primis gli organi di stampa che ancora troppo spesso disattendono la legge che responsabilizza i media per cambiare la cultura della violenza. Continuiamo ad imbatterci in articoli in cui si assiste alla sottovalutazione del fenomeno e a volte ad una vera e propria giustificazione dell’uomo violento che agisce “per disperazione”, “per gelosia”, per “troppo amore”»
. Dal tribunale il corteo ha attraversato via Fermi, in pole position un’Ape con la scritta: “La strada si conquista, lotta femminista”. Dalla cassa brani di Raffella Carrà e Donatella Rettore; dai cori gridati a squarciagola le canzoni delle mondine: «Sebben che siamo donne, paura non abbiamo». Arrivati sotto la cattedrale di Massa, i manifestanti sono saliti sulla scalinata dove hanno esibito uno striscione: “Ci volete ancelle, ci avrete ribelli”.
A prendere parola anche Clara Bardoni della rete antisessista, che ha denunciato pubblicamente un episodio di violenza verbale che ha subito proprio ai piedi di quegli scalini, dove qualche settimana fa ha ricevuto «commenti sessisti» da parte di un gruppo di persone, nel silenzio dei presenti e anche il consenso di qualche imprenditore di via Dante. «Non siamo vittime – ha detto Bardoni - ma rifiutiamo che in questa città avvengano comportamenti squadristi». Dal duomo il percorso, discretamente scortato da forze dell'ordine e vigili urbani, è proseguito in via Cavour, via Cairoli e via Guidoni per poi terminare in piazza Mercurio. I cinquecento manifestanti, man mano, sono diventati 600. Una marea, come amano definirsi. “Siamo marea che non si fermerà - hanno concluso - vogliamo diritti e libertà”. —
CAMILLA PALAGI
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