Toscana
Arrestato l’autore della rapina alla Carige Sequestrò con i complici le dipendenti
Preso due anni dopo il colpo alla filiale di Cinquale, quattro donne furono chiuse in bagno per un’ora. Altri colpi nel nord
montignoso
Hanno passato due anni sulle loro tracce, da quando sequestrarono per oltre un’ora le quattro dipendenti della filiale Carige a Cinquale facendo un bottino di 81mila euro. E alla fine li hanno inchiodati. O almeno, uno di loro, la testa d’ariete della banda. Agiva a volto scoperto e gli uomini della squadra mobile guidati dal vicequestore Antonio Dulvi Corcione non hanno mollato la presa fino ad averlo scovato e arrestato.
Un’indagine lunga e difficile, perché basata su pochi, pochissimi elementi in grado di portare gli investigatori a risolvere il caso. A coordinarla la pm Roberta Moramarco. Si è dovuto lavorare con il poco che si aveva, ma tanto è bastato. Intanto un volo. Il primo a entrare, l’uomo con il giubottino catarinfrangente arancione si fa passare per un corriere ed entra a volto scoperto. È lui a dare il via libera agli altri. Un volto senza nome.
C’è poi l’impronta di una scarpa, evidenziata grazie ai rilievi della polizia scientifica. Isolata e identificata, ma senza un proprietario. Una faccia e un’impronta anonima, due piccoli aghi nel pagliaio.
A questo si sono aggrappati gli uomini della mobile per risalire la catena degli eventi e arrivare a dare sostanza a quelle prove. Così serviva trovare un modello, qualcosa che potesse rendere riconoscibile la banda. La firma dei criminali. Il loro metodo.
Non hanno usato armi, ma minacce. Il primo, a volto scoperto, ha fatto entrare gli altri. Si sono trattenuti a lungo e sapevano tutto, o quasi, delle abitudini delle dipendenti. Ce n’era abbastanza per provare a vedere se avevano colpito altrove.
«Sembra proprio che siano gli autori di altri furti - spiega Corcione - abbiamo lavorato in sinergia con altri reparti mobili. Abbiamo proceduto a una serie di comparazioni con una serie di rapine avvenute con modalità simili nel nord Italia e a La Spezia. Ricostruzioni minuziose e scambi informativi ci hanno messo sulle tracce della banda».
E quel volto diventa anche un nome: Francesco Porto. Un siciliano e d’altronde di ««accento meridionale» avevano parlato le dipendenti sequestrate. Insieme a lui almeno altri quattro complici, tre entrati nella filiale e uno a fare da palo fuori.
«Abbiamo appurato che hanno fatto almeno 15 giorni di appostamenti - aggiunge Corcione - seguendo le persone. Così quando sono entrati hanno esercitato una fortissima pressione psicologica, con minacce di violenza e ritorsioni sui familiari. O alludendo in maniera non tanto velata alle abitudini quotidiane loro e dei loro familiari».
Rapine dispendiose, con alloggio, appostamenti, noleggio di auto. Gente che ci sapeva fare, che non si portava i cellulari quando andava a fare i colpi per non farsi rintracciare.
Le indagini proseguono, la banda infatti è sospettata di aver colpito tante altre volte. In un’occasione riuscì a portare via 250mila euro. Porto, catturato a Cremona, è in carcere nel nord Italia. E sulle tracce dei complici ci sono i poliziotti di tante città. —
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