Il Tirreno

L’anniversario 

Nella zona rossa oggi c’è solo rassegnazione

Alessandra Vivoli
Nella zona rossa oggi c’è solo rassegnazione

Fra i vicoli finiti sott’acqua la rabbia non ha più voce e voglia di raccontarsi «Ho perso la cucina, la camera delle mie figlie, tutto: ma non voglio far pena » 

4 MINUTI DI LETTURA





CARRARA

In queste strade ci si muoveva a bordo dei gommoni. Da questi portoni uscivano acqua, fango, fotografie, mobili e cumuli di ricordi. Fra queste case la gente ha lavorato sodo dopo che, all’alba di cinque anni fa un’ondata di pieno ha sbriciolato come un biscotto 200 metri di argine del fiume Carrione, all’altezza della Doganella.

Il Carrione, all’alba del 5 novembre del 2014 si è sdoppiato in un punto, è diventato due fiumi, uno di questi ha mandato sott’acqua il cuore di Marina di Carrara, la Marina vecchia, quella fitta di case, negozi e pochi palazzoni. Una ferita che, col tempo è diventata una frattura. Una rabbia che, col tempo ha lasciato il posto a un’amara rasegnazione.

Quando noi del Tirreno siamo venuti qui, in quella che per mesi, dopo il 5 novembre di quattro anni fa era chiamata semplicemente la “zona rossa”, abbiamo raccolto storie di disperazione. Di gente che aveva perso tutto. Di nonne che cercavano di salvare dal fango le foto dei figli e dei nipoti. Di commercianti che avevano visto spazzare via, con l’onda di piena, i risparmi di una vita, insieme agli scaffali, ai macchinari, a migliaia e migliaia di merce.

Abbiamo visto tante lacrime, ma anche la forza di una comunità che, con le maniche rimboccate, ha spalato per ore, per giorni, per tornare alla normalità.

L’anno dopo, per l’anniversario dell’alluvione camminando per la zona rossa avevamo respirato l’energia e la rabbia di chi ancora stava lottando per rimettersi in piedi. La delusione di chi ancora non c’era riuscito.

E così anno dopo anno. Fra porte e portoni che, di fronte ai nostri taccuini e alle nostre macchine fotografiche, si aprivano sempre meno volentieri. Quelle case allagate, quelle famiglie provate con cui avevamo parlato a lungo nei momenti più difficili, quelli immediatamente dopo l’alluvione, avevano sempre meno voglia di parlare. Sempre meno voglia di fare appelli, e anche di esternare la loro rabbia.

Ecco ieri mattina quando, in occasione del quattro anniversario dell’esondazione del Carrione , siamo tornati a Marina, nella zona rossa, noi del Tirreno ci saremmo aspettati di raccogliere tante storie. Di sentire energia da parte di chi è riuscito a superare il momento più buio e rabbia da chi deve ancora farci i conti. E invece abbiamo trovato tante porte chiuse e un sentimento di rassegnazione pesante. Pesante quanto i cartelli “affittasi” e “vendesi” di chi ha deciso di non combattere più e di lasciare il cuore della Marina vecchia: come l’ex supermercato che prima dell’esondazione era il punto di riferimento di tutta la zona che da via Dante arriva in via Ruga Maggiani. Quest’ultima è stata una delle strade più colpite dalla piena di quattro anni fa.

«Avevamo in casa 60 centimetri d’acqua - dice dalla soglia, ancora stinta una delle pasionarie di Marina vecchia - ma non mi metta sul giornale, non vogliamo fare pena a nessuno, tanto non serve a nulla».

«Che cosa devo dire - aggiunge - in poche ore ho perso una cucina, la camera delle mie figlie, perfino il mio letto ho dovuto fare restaurare e per fortuna che era antico, altrimenti avrei solo dovuto buttarlo. Non avevamo più nulla, manco i vestiti e sa quanto ci hanno dato? Cinquemila euro. Poi qui non si più visto nessuno e quelli che sono in Comune ora non hanno fatto niente, proprio come quelli di prima».

«Che cosa dobbiamo andare a dire - rincara la dose uno dei commercianti “resistenti” che nella zona rossa ha deciso di rimanerci dopo aver faticato, non poco a rimettersi in piedi - Io in occasione di un passato anniversario ero uscito con alcune dichiarazioni, avevo espresso la mia rabbia. Il risultato? Nessuno. Per questo, mi dispiace, ma adesso non voglio neppure essere fotografato».

Chi parla, fra queste strada che cinque anni fa sono diventate tanti piccoli fiumi, lo fa solo per esprimere la propria rassegnazione. E anche un sentimento molto diverso da quello che, immediatamente dopo l’esondazione, faceva trasparire, in mezzo alla tragedia, il senso di comunità, la forza del Dna di una città che in quella come in tante altre occasioni, ha saputo rialzarsi.

Adesso le porte si chiudono. La voglia di parlare è poca. «Quando si superano le cose brutte- ci ha detto uno degli imprenditori colpito dall’alluvione - non è piacevole ricordarle».

In realtà quello che si avverte, in quelle strade che ieri mattina, dopo tanta pioggia erano riscaldate dal sole quasi primaverile dell’estate di San Martino, è la rassegnazione, quella di un quartiere che non è tornato ad essere quello di prima. E forse ha pure smesso di provarci. —



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa