Gioco
Cacciotti: «La scultura mi ha fatto diventare ciò che ero veramente»
L’artista romano (vive tra Carrara e la capitale) ha presentato al convegno di due giorni in Accademia sull’autrice di Frankenstein una straordinaria opera in terracotta: “ Visione notturna della giovane Mary Shelley”
il personaggio
Romano di nascita, vive tra Carrara e la capitale. A 44 anni, Alessandro Cacciotti è uno scultore più che emergente. La sua "Visione notturna della giovane Mary Shelley", in terracotta, che per due giorni ha “vegliato” sul convegno in Accademia dedicato alla grande scrittrice, ha colpito e impressionato per l’emozione che è riuscita a trasmettere. Laureato in Scienza della comunicazione, Cacciotti si è avvicinato all’arte intorno ai 28-29 anni.
Come è accaduto che a un certo punto della sua vita, ha deciso di dedicarsi a tempo pieno all’arte e in particolare alla scultura?
«È avvenuto nel periodo in cui vivevo ancora a Roma. Ero neolaureato e collaboravo nelle redazioni di alcune case editrici d’arte. Fornendo la mia assistenza a diversi artisti capii, improvvisamente, che anche io sarei dovuto passare al più presto “all’altro lato della barricata”. È stata una cosa inaspettata, anche per me. Il sottotitolo di un libro di Nietzsche recita: “Come si diventa ciò che si è”. Ecco, con la scultura sono diventato ciò che ero veramente. Ho solo accettato profondamente me stesso».
Ci racconti delle esperienze scolastiche a Carrara: prima la scuola del marmo poi l’Accademia
«Stiamo parlando di due gioielli di un valore inestimabile. La scuola del marmo (ora integrata nel liceo artistico) è a mio parere una realtà più unica che rara, in cui si conservano le tecniche tradizionali di lavorazione artigianale, industriale, architettonica, ecc.. Scelsi all’inizio questa scuola perché volevo intraprendere un percorso di studi incentrato su di un’alta “manualità”, su una pratica continua, costante e rigorosa. Mi iscrissi al corso serale con il Prof. Lorenzani. Furono anni incredibili di apprendimento e di scoperta di un tipo di conoscenza, concreta e realizzativa che, come “lavoratore intellettuale”, non avevo mai affrontato. Avendo già una laurea mi ero riproposto di non iscrivermi all’Accademia. Dovetti però ricredermi quando, frequentando per qualche anno il corso di disegno del nudo, cominciai ad accorgermi di cosa è veramente l’Accademia in Italia, e soprattutto a Carrara: e cioè il modello universitario ideale e perfetto dove si fondono insieme equilibratamente materie laboratoriali e materie culturali, entrambe di livello eccezionale. Ho visitato più volte le accademie all’estero. Sono spesso meglio finanziate dai governi, ma non hanno la nostra incredibile combinazione di arte, cultura, tecnica e conservazione delle tradizioni stilistiche europee. L’Accademia mi ha dato un’inaspettata larghezza di orizzonti e mi ha permesso di delineare la mia coscienza artistica».
Come nasce una sua opera d’arte, ad esempio Mary Shelley?
«La “Visione notturna della giovane Mary Shelley” (questo è il titolo) è nata nel tentativo di entrare nello spirito di questa straordinaria scrittrice. Esistono, di lei, ritratti ottocenteschi molto compassati, ma nessuna immagine mi sembrava appropriata per descrivere la sua natura rivoluzionaria, occulta, romantica e inquieta. Così, quando grazie al Professor Balocchi si presentò la possibilità di quest’opera, scambiando con lui opinioni, suggestioni e foto dei più affascinanti busti classici e moderni, all’improvviso è sorta l’idea di rappresentare Mary Shelley nei suoi giorni giovanili. E quindi l’ho pensata di notte, mentre tocca un grande medaglione che tiene al collo con grosse catene, con una veste semiaperta e lo sguardo sospeso, perso in una “visione” lontana e misteriosa. Ho cercato dei tratti somatici fedeli ma allo stesso tempo idealizzati, secondo i dettami propri dei “classicismi” di ogni epoca. In tutte le mie sculture cerco sempre questo: il mistero, unito però alla bellezza ideale. La profondità spirituale infatti non può mai prescindere dalla bellezza».
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Carrara sta cercando di ritrovare una sua centralità nella scultura e un primato rispetto a Pietrasanta. Cosa manca ancora secondo lei?
«Carrara e Pietrasanta sono due eccellenze, profondamente diverse tra loro e per certi aspetti complementari, come di fatto sanno tutti gli scultori dell’area, che si muovono in continuazione tra le due città, alla ricerca di materiali, servizi, attrezzature, ecc. Lo stesso progetto su Mary Shelley nasce con questo spirito sinergico, visto che la complessa cottura dell’opera è avvenuta negli Studi di Ceramica Francesconi di Pietrasanta. Entrambe le città hanno una vocazione internazionale riconosciuta e il loro rapporto dovrebbe essere di natura ancora più cooperativa. La chiave di volta di questo discorso, a mio parere, è proprio nell’Accademia di Belle Arti di Carrara. Questa istituzione storica ha un prestigio e una caratura enormi e negli ultimi anni di direzione sta mostrando una decisa capacità di proiezione, di attrazione di studenti e progetti, di ricerche e di iniziative di respiro mondiale. Io ho sempre pensato che spetti alla “ricerca” di alto livello il ruolo di guida delle realtà economiche di un territorio, anche in campo artistico, attraverso la creazione di “sinergie di rete” tra alta formazione accademica, luoghi di specializzazione decentrati, istituti tecnici, tradizione artigianale, realtà produttive e realtà internazionali, nell’ottica di una “economia fondata sulla conoscenza” che coinvolga sia Carrara che Pietrasanta».
Torniamo un attimo a Mary Shelley: la vedremo anche in marmo di Carrara?
«Perché no? L’opera nasce in terracotta. Ma in passato spesso succedeva che qualche ente o istituzione avviasse un’iniziativa per realizzare una copia in marmo di una scultura. Sarebbe una splendida idea».
Programmi per il futuro?
«Comincerò presto nuovi lavori e nuove ricerche. Mi sto appassionando allo studio dell’anatomia animale, oltre che alla ricerca di sempre nuove fisionomie umane. Il mio obiettivo è quello di creare opere in cui l’osservazione della realtà venga sublimata in forme ideali e simboliche sempre più orientate alla ricerca della “luce”». —
MASSIMO BRAGLIA
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