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Processo ai colletti bianchi Lucchesi: mai sottratto soldi

Chiara Sillicani
Processo ai colletti bianchi Lucchesi: mai sottratto soldi

Il dirigente di banca: la Bambusi era insoddisfatta, le ho consigliato investimenti L’avvocato sul file minatorio nel pc: «Non c’è prova che l’abbia scritto il bancario»

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MASSA

Ha parlato per ore di fronte al collegio (Giovanni Sgambati presidente, Sara Farini ed Elisabetta Congiusta a latere), ha risposto alle domande del pubblico ministero Roberta Moramarco e a quelle di Anna Firomini, avvocato della parte civile.

Marco Lucchesi, dirigente di banca ora in pensione, è a processo con l’accusa di aver sottratto a Federica Bambusi oltre un milione di euro. Accusa a cui si aggiunge quella di minacce: per gli inquirenti è stato lui, insieme all’imprenditore edile Stefano Di Ronza, a far esplodere colpi di pistola di fronte alla casa della donna. Lo avrebbero fatto per spaventarla dopo che aveva sporto denuncia a carico dello stesso Lucchesi per ammanchi sul conto corrente. Un processo, ribattezzato dei colletti bianchi, che vede alla sbarra anche l'imprenditore carrarese Marco Alibani, la sorella Maruska e il commercialista Stefano Pezzica. Imputati, con l’accusa di ricettazione, anche Manuela Pasquali, Michele Ratti e Salvatore Di Ronza, padre di Stefano. Tiziana Genovese, moglie di Lucchesi è invece accusata di trasferimento fraudolento e possesso ingiustificato di valori.

Il dirigente di banca, Marco Lucchesi, (il suo legale è l’avvocato Rinaldo Reboa), ieri mattina ha esposto la sua tesi difensiva. Lo ha fatto non solo durante l’interrogatorio del pubblico ministero e il controinterrogatorio del suo avvocato: ha ribadito la sua versione anche al Tirreno, a margine del processo. E se Federica Bambusi, parte offesa e parte civile, ha seguito gli spostamenti di Lucchesi da una banca all’altra, lo ha fatto - chiarisce il bancario - per sua scelta: «Non ero certo io a chiederglielo - spiega il dirigente in aula - La signora era perennemente insoddisfatta e chiedeva maggiore redditività». È allora che, stando alla ricostruzione dello stesso Lucchesi, il dirigente gli propone di investire nell’azienda dei fratelli Alibani (anche loro a processo), «azienda con alcuni problemi di liquidità anche perché colpita dall’alluvione, ma sana e con elevata redditività».

«Io vengo accusato - ribadisce a margine del processo il Lucchesi - di aver sottratto liquidi alla signora Bambusi, in un periodo che va dal 2005 al 2010 senza che lei, nonostante avesse estinto e riaperto i conti, si fosse mai accorta di nulla. E con quale tornaconto lo avrei fatto? Gli inquirenti - prosegue il dirigente - non hanno dimostrato che io abbia avuto un utile perché non l’ho avuto. A breve consegnerò un prospetto che dimostrerà quanto dico. Sono stato accusato di aver commesso un reato quando ero dipendente di una banca, mentre all’epoca dei fatti contestati già lavoravo in un’altra». Insomma i soldi della signora Bambusi - è la tesi del Lucchesi - sarebbero stati investiti dalla donna con assegni circolari nell’azienda degli Alibani.

Lucchesi è certo di poter dimostrare la sua estraneità ai fatti: «Voglio dimostrare la mia completa innocenza, se anche ventilasse l’ipotesi di prescrizione, la cosa non mi sarebbe gradita. Voglio - ribadisce - dimostrare la mia innocenza».

Non solo di truffa deve rispondere Lucchesi. Perché l’accusa a lui contesta anche le intimidazioni subite dalla donna. Nel pc in uso a Lucchesi, e sequestrato, è stato ritrovato un file con contenuto minatorio. Stesso contenuto di una telefonata ricevuta dalla Bambusi due giorni dopo la data indicata nel file. La tesi difensiva punta a dimostrare che non è provato che quel file sia stato prodotto dal Lucchesi. Potrebbe, invece - spiega l’avvocato Reboa - «essere arrivato tramite mail nel pc». Scritto da altri - è la tesi difensiva - e poi inviato.

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