Sicurezza
«Si rifugiava da me con lividi su braccia e viso»
Il racconto dell’amica di una donna che ha denunciato il marito per violenza. Lui: «Solo uno schiaffo, con un pugno era ko»
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«Se le avessi dato un pugno le avrei rotto qualcosa. Ho fatto attività agonistica, pugilato...». Così un marito a processo per violenza sulla moglie spiega alla giudice Valentina Prudente perché quell’episodio di violenza, l’unico che ammette a fronte dei molti che gli vengono imputati, si fosse trattato di uno schiaffo. E non di un pugno. «Il pugno da vicino, nel pugilato, è un gancio. È un colpo da ko, le avrei rotto la mandibola».
La donna, dopo quell’episodio di violenza, si era presentata al pronto soccorso gonfia, con lividi e contusa in viso. La prognosi era stata di 25 giorni. «E lei con uno schiaffo ha causato una prognosi da un mese? Deve essere molto, molto forte», chiede la sostituto procuratrice Alessandra Conforti. L’uomo, accusato di maltrattamenti e lesioni, segue la pm su quella strada. «Io ho fatto pugilato - ribadisce - se le davo un pugno le rompevo la mandibola. È un colpo da ko. Invece aveva solo un livido».
«E tutti quei lividi che raccontano molti testimoni?», incalza la pm. «I lividi mia moglie se li faceva in casa o lavorando».«Ah,da sola», replica la pm. «A questo punto non è il caso di fare altre domande».
La storia di violenza che la donna ha denunciato è molto più complessa e antica del singolo episodio. Sposati dall’89, con due figli dalle storie turbolente, la donna ha inquadrato i fatti di violenza a partire dal 2014. Dopo un episodio particolarmente duro e traumatico, conclusosi con l’intervento dei carabinieri, per l’uomo scattò anche un’ordinanza restrittiva tutt’ora in vigore.
Per l’uomo, a differenza di molti testimoni ascoltati, non si trattò però di una spirale di violenza, maltrattamenti e degradazione sempre più cupa. Spinto a raccontare il contesto da precisa domanda dell’avvocato difensore, l’imputato racconta che tutto, tra lui e la donna, peggiorò nel 2014. La causa? «Mia moglie ha cominciato a lavorare in quell’anno in una ditta di pulizie. Non lavava più le camicie, non faceva da mangiare». Qui lo interrompe la giudice Prudente: «Avrebbe dovuto farle per forza?». «No, no, ho detto a mia moglie che ci avrei pensato io. E così ho fatto. Lei non faceva nulla, io mi occupavo anche di mio figlio che era tossicodipendente e lo portavo al Sert. La situazione in casa era difficile, si litigava ma non c’era violenza», risponde l’uomo.
Di lividi sulle braccia, in faccia, attorno agli occhi parla anche un’amica della donna. Dopo le litigate o le botte si rifugiava da lei. «Restava anche cinque giorni, una settimana. Negli ultimi tre anni è venuta almeno due volte con lividi, piangeva, era disperata. Andammo dai carabinieri quando, con un livido, mi disse che le aveva dato un pugno», racconta ancora.
In un altro seduta del processo la donna aveva raccontato anche di essersi rifugiata in casa della sorella più volte.
Per l’imputato invece si trattava di provocazioni. «Tornava sempre in casa, diceva che mi voleva bene. Poi cominciava a urlare per litigare. “Mettimi le mani addosso”, urlava. Io andavo fuori di casa, non reagivo mai». La prossima udienza per la discussione è fissata per il 5 ottobre». —
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