Il Tirreno

lettera aperta della dottoressa miniati 

«Abbiamo lottato per Stefano e per avere giustizia»

«Abbiamo lottato per Stefano e per avere giustizia»

La psicoterapista è sorella del fotografo che per due mesi visse con una pinza che era stata dimenticata nell’addome dopo un’operazione a Carrara

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MASSA-CARRARA

«Ho pensato che avrei voluto riaprire il giornale, erededitato da mio padre (Ezio Miniati) così, anche solo per un paio di numeri e dare voce alle necessità dei concittadini, ma anche a quelle della mia famiglia»: lo scrive, in una lettera aperta, Isabella Miniati, psicoterapista, sorella di Stefano, fotografo, morto a 57 anni; a Stefano fu dimenticata una pinza nell’addome dopo un’operazione.

Scrive la dottoressa Miniati: «Per quanto concerne la mia posizione riguardo alla vicenda di mio fratello, è stato scritto che sono amareggiata e rassegnata. E’ vero, non potrebbe essere altrimenti; abbiamo lottato per raggiungere questo risultato. Incredibile a dirsi, ma è così: forse poco e male (mia madre è deceduta nel frattempo), ma sempre nella speranza di fare giustizia alla memoria di mio fratello. Ma rassegnarsi davvero sarebbe proprio troppo e, credo, non lo farò mai. Non mi sognerei mai di dire ad una mia paziente in condizioni analoghe “rassegnati!”. Perché la rassegnazione consiste anche nell’abdicare le proprie responsabilità ed ero proprio io che accompagnavo mio fratello a curarsi e lo avevo accolto, di nuovo, in casa mia dove mia madre era appena rimasta vedova».

«E poi - aggiunge - c’era il giornale “l’Indipendente” ricordate?, che mio padre aveva lasciato proprio a me, questo passaggio di testimone mai avvenuto concretamente perché si sono avvicendate queste situazioni. Mio padre che da una parte, per fortuna, non era più in vita quando queste circostanze si sono verificate. Diceva che avevo la penna buona e che, per questo, potevo seguirlo nel cammino che aveva intrapreso. Ma sono sempre stata coinvolta più nella sofferenza anche psicologica che mi circondava, (oltre che dalla mia). Mi è stato fatto presente che il mio comportamento (in merito al posizionamento rispetto alla sentenza emessa), si configura come “moralmente corretto”: perizia di parte, psicologica, legali, udienze, sentenza. Ma c’era anche più di un giudice che aveva presieduto alle udienze ed un pubblico ministero … e la gente. Già la gente, ma cosa avrà pensato la gente di tutto questo? Forse che non abbiamo capito niente e forse è così e proprio a questo riguardo credo di dover aggiungere, anche a rischio di risultare impopolare, che è l’unica cosa di cui mi importi oltre la giustizia s’intende, che però non c’è, mi hanno spiegato, perché è un’utopia. La gente merita di più, la gente “malata” merita qualcosa di diverso da questo appellativo “rassegnati” – a perdere -. Da sempre il popolo viene soggiogato dai poteri forti, colonizzato da altre civiltà, ridotto al silenzio. Io il silenzio lo ascolto, per mestiere. E sa dire molte cose», aggiunge la dottoressa.

Stefano era deceduto all’ospedale di Pisa il 21 giugno del 2016; per due mesi, da fine ottobre a inizio dicembre del 2014, aveva vissuto con una pinza di Kocer, lunga diciotto centimetri nell’addome. Era rimasta nella sua pancia a seguito di un intervento chirurgico eseguito nell’ospedale di Carrara. «Dal giorno della “pinza dimenticata”, da allora - aggiunge la dottoressa Miniati - ho ricevuto solo una pacca sulla spalla da coloro i quali dovevano provvedere alla cura di questo mio familiare ed una visita di cortesia, a casa, per verificare il decorso della situazione e scongiurare il peggio». —



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