Sicurezza
Il lavoro in Medicina un reparto “difficile” che è quasi hospice
Parlano Giuliano Biselli e l’assessora Stefania Saccardi: «Pazienti anziani e malati da accompagnare al fine vita»
MASSA
L’inchiesta della Procura per far luce sulle 34 morti tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 (il procuratore ha spiegato che ancora non emergono profili di colpevolezza) riguarda il reparto di Medicina del Noa. E quel reparto non è come tutti gli altri: è un reparto particolare per l’attività svolta, per la tipologia di paziente, per il volume dei ricoveri.
La sintesi la traccia Stefania Saccardi, assessore regionale alla sanità, definendo «i nostri reparti di Medicina dei quasi hospice» che accolgono spesso pazienti con un pesantissimo quasi clinico o malati terminali. Un reparto in cui le famiglie chiedono di poter ricoverare persone nella fase finale della vita, pazienti che a casa è difficile gestire. A disegnare il quadro dettagliato del lavoro in Medicina è Giuliano Biselli, il direttore dell’ospedale: «La Medicina - è la prima puntualizzazione - non lavora in elezione». Tradotto: non programma i ricoveri come accade in reparti in cui sono stilate “agende” degli interventi chirurgici. Il 90% dei pazienti ricoverati in Medicina arriva dal pronto soccorso e quasi sempre di tratta di pazienti con quadri clinici complessi.
Un reparto che lavora sulle emergenze, sui casi del pronto soccorso e su pazienti “impegnativi”: «Il paziente ricoverato nel reparto di Medicina - dettaglia Giuliano Biselli - è quasi sempre anziano o molto anziano, l’età media supera gli 80 anni (anziani o molto anziani, salvo pochissime eccezioni, anche i 34 pazienti). Il quadro clinico spessissimo è compromesso, per l’età o per patologie pregresse. Si tratta spesso di malati terminali, il reparto è considerato - e il direttore dell’ospedale fa eco all’assessora Saccardi - un po’ come un hospice che accompagni dignitosamente al fine vita, che garantisca una morte pulita, dignitosa e senza dolore.
Oggi raramente - aggiunge Biselli, in un’analisi quasi sociologica - la morte avviene in casa, i familiari hanno bisogno di pensare che al loro caro sia garantita la massima assistenza». E l’equivalenza è: assistenza uguale ospedale e, in questi casi, ospedale uguale reparto di Medicina. Naturale quindi che la maggior parte dei decessi in ospedale riguardino proprio la Medicina. Del resto è nell’ordine statistico visto che - come Biselli ribadisce - « è il reparto che fa più ricoveri e tratta pazienti con più patologie. In Medicina e in Oncologia l’aspettativa di morte è naturalmente più alta».
Se il paziente ricoverato in Medicina è spesso molto anziano e con un quadro clinico complesso, se il reparto è “quasi un hospice”, allora è semplice comprendere cosa intenda il direttore Giuliano Biselli quando spiega che «talvolta in Medicina non c’è un atto medico da fare». Non c’è la cura di un malato a cui, invece, viene garantito un fine vita dignitoso.
Ma a Medicina, anche su pazienti “complessi”, c’è «una grande possibilità di cura. Ci sono persone che presentano grandi squilibri all’ingresso in reparto e vengono riequilibrate e dimesse. Le dimissioni in Medicina - conclude Biselli - sono tantissime». Ma siccome chi si ricovera in medicina, ha spesso un quadro clinico complesso, capita di frequente che in reparto ritorni. È tipico della medicina, infatti, il fenomeno del ricovero reiterato.
Il direttore Biselli ribadisce l’applicazione rigida dei protocolli in ospedale e a Medicina e ricorda che «all’ospedale delle Apuane le condizioni microclimatiche, di ricambio di area, le pressioni dell’area per evitare i rischi contagi sono controllate. L’ospedale è in piena sicurezza». —
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