Italia
Falsi rimborsi dell’Asl ai pazienti Dipendente Cup nei guai per peculato
Secondo l’accusa fingeva di restituire il denaro agli utenti e lo tratteneva per sé. Deve rispondere per oltre 40mila euro
MASSA
Secondo l’accusa dal gennaio 2009 al maggio 2011, avrebbe agito sul sistema informatico in dotazione al Centro unico prenotazioni di via Bassa Tambura facendo risultare effettuati rimborsi mai fatti. Il paziente paga - per esplicitare - ma i soldi in cassa non ci sono: l’impiegata Cup fa risultare che sono stati restituiti a seguito di una richiesta di rimborso, magari per la visita disdetta o per una esenzione. In realtà quel rimborso non è mai stato effettuato e il denaro, per una cifra complessiva di 42.136 euro, secondo il pubblico ministero, è stato intascato proprio dall’impiegata. È con l’accusa di peculato, infatti, che Monica Alberti (ora non più al lavoro) si trova di fronte al giudice collegiale (il collegio è presieduto da Augusto Lama).
Una vicenda giudiziaria che muove i primi passi nel 2011: il servizio Cup è gestito, per conto di Asl, dalla cooperativa Compass che si è costituita parte civile. Ed è la stessa cooperativa - a ricostruire i fatti in aula c’è il dottor Enrico Raggi, responsabile Cup e testimone del Pm - che si accorge che qualcosa non torna e lo fa notare all’azienda sanitaria che attiva “la filiera” dei controlli. Le perplessità sorgono in merito a due operatori (uno è deceduto). Strani movimenti a livello di cassa: il sistema informatico rileva circa mille storni (rimborsi) fatti dalla stessa operatrice. Rimborsi che risultano dal sistema informatico, ma che non hanno una allegata documentazione cartacea, come previsto dalla procedura. A fare il punto su quella procedura, in aula, è il maresciallo della finanza che ha svolto le indagini. È lui a spiegare che quando l’utente chiede un rimborso deve compilare un modulo e firmare la ricevuta che quel rimborso lo attesta. Ma di quella documentazione, secondo il pubblico ministero Alberto Dello Iacono, non c’è traccia. Nè i rimborsi sarebbero mai stati chiesti: lo hanno ribadito in aula, ieri, alcuni pazienti chiamati a testimoniare. Hanno confermato di aver effettuato e pagato esami e analisi, ma di non aver mai ricevuto rimborsi. Qualcuno, in sede di indagine, ha anche prodotto la ricevuta rilasciata dall’Asl con il timbro “pagato”.
Sfilano i testi dell’accusa, ma già si delinea le tesi difensiva messa a punto dall’avvocato Riccardo Martini che ha insistito sulle modalità di accesso al sistema informatico e sulla possibilità che un terzo a quel sistema abbia potuto accedere appropriandosi delle password dell’impiegata. Tesi su cui l’avvocato impernierà la difesa. — CHIARA SILLICANI
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