Sicurezza
Maxi inchiesta assenteismo, primi chiarimenti dei dipendenti: «Fuori perché non c’era da fare»
Massa: alcuni dipendenti spiegano di essersi trovati demansionati dopo la riforma Delrio. La Procura annuncia: a breve avviso conclusione indagini per tutti i 70 indagati
MASSA. Chi ha prodotto memorie, una tesi difensiva l’ha delineata: molti degli impiegati rimasti coinvolti nella maxi inchiesta sull’assenteismo - soprattutto i dipendenti del Genio - puntano il dito contro una complessa procedura di timbratura, soprattutto per le uscite di lavoro durante l’orario di servizio. Uscite che - spiegano - devono essere avvallate, attraverso il sistema informatico, dal dirigente che si trova in altra sede (il Genio dipende dalla Regione), quindi - motivano gli indagati - i tempi di risposta sono lunghi.
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Troppo lunghi - è il prosieguo della riflessione - per non indurre ad uscire, magari per raggiungere un’altra sede o trasferire documenti, senza timbrare. Qualcuno, però, nelle sue memorie difensive, giustifica le sue assenze in modo ben diverso e descrive enti in cui, dopo la riforma Delrio, non sono definiti ruoli e mansioni e il risultato è che chi è in ufficio non sa cosa fare, non si vede affidare compiti, non capisce chi fa cosa. O nulla ha da fare perché nulla gli viene assegnato. Al limite del demansionamento, si spiega nelle memorie. Un ambiente di lavoro che non avrebbe in alcun modo valorizzato il dipendente, facendolo, piuttosto, sentire leso nel suo profilo professionale e nelle sue competenze.
Memorie difensive che, ad ora, non fanno muovere di un centimetro la procura. Il pubblico ministero titolare dell’indagine, Roberta Moramarco, ha chiesto la revoca degli arresti domiciliari, sostituiti dalla misura interdittiva per cui gli indagati non possono tornare al lavoro. «Il rischio di inquinamento delle prove è venuto meno - spiega la stessa Procura - perché dopo i domiciliari, con una serie di perquisizioni, è terminata l’acquisizione di tutto il materiale probatorio e di documenti in originale, necessari per cristallizzare le posizione dei vari indagati». E l’interdizione dai pubblici uffici è sufficiente per evitare la reiterazione del reato: se in ufficio non ci vai - per chiarire - il rischio che tu esca senza timbrare non c’è più.
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L’inchiesta, quindi, è proseguita anche nei giorni successivi agli arresti domiciliari consentendo l’acquisizione di ulteriore materiale probatorio. A breve - assicura la Procura - sarà conclusa e sarà notificato l’avviso di conclusioni indagini a tutti gli iscritti nel registro. Non soltanto ai 29 che dell’inchiesta già sanno perché sono stati oggetto di misura cautelare, ma anche gli altri 41 che un avviso di garanzia non l’hanno mai ricevuto.
«Tra quegli indagati - spiega la procura - alcuni hanno posizioni più gravi di quelle dei 29 per cui è scattata la misura cautelare. La misura per loro non c’è stata non perché non avesse un profilo di gravità il loro comportamento ma perché gli atti che li riguardavano erano già stati acquisisti, dunque non si ravvisava il rischio di inquinamento delle prove. Né quello di reiterazione perché quei dipendenti, dopo la pubblicazione di notizie sull’inchiesta nella stampa locale, hanno cessato con le irregolarità».
A breve scopriranno tutti quanti di essere oggetto di indagine.
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