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Sfregio al busto del partigiano “Vico” Ricciardi (M5S): «È colpa di Benedetti»

Libero Red Dolce
Sfregio al busto del partigiano “Vico” Ricciardi (M5S): «È colpa di Benedetti»

S’indaga sulle telecamere, che però sono all’esterno. Il deputato: «Le idiozie che ha detto hanno queste conseguenze»

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massa

Un uomo che in piena furia mortifera nazista andò sulle Apuane armato di libertà e poco altro con l’intento di “difendere la città, attaccare i tedeschi, combattere e morire” non ha certo paura di un cappuccio nero sulla testa. Non scherziamo. Hanno potuto metterlo al massimo sul suo mezzobusto. Quel sacco che è apparso alla codarda sulla statua celebrativa del comandante Alfredo Gianardi Vico” all’ingresso del Comune non lo avrebbero mai potuto avvicinare all’uomo, ritto, vivo, in piedi, che sfidò il nemico per liberare Massa.

«Hanno messo un sacchetto in testa a Vico, ma che cosa hanno fatto?». C’è un capannello di gente alle 11 nell’androne del Comune di fronte al mezzobusto del comandante partigiano Alfredo Gianardi. Fa pena vederlo così. Un sacchetto nero della spazzatura a soffocare i tratti del volto, il sacco è stato fissato al ceppo con una chewingum masticatao. Incappucciato così ricorda la foto simbolo dei torturati ad Abu Ghraib nelle carceri irachene. Torture, come quelle che inflissero i nazisti alla popolazione italiana. Qui, tutto intorno, sulla Linea Gotica.

No, una statua non soffre come un uomo, quel sacchetto non consuma l’aria che Vico respirò da uomo libero. Che ha fatto respirare a chi è venuto dopo di lui. Ma i simboli vanno maneggiati con cura, si sa dove s’inizia ma non dove si finisce. A smuoverli di recente è stato Stefano Benedetti. «Via la statua di Vico all’ingresso del Comune», diceva soltanto quattro giorni fa. Per il presidente del consiglio comunale la storia è ostaggio della sinistra e invece deve essere «condivisa vinti e vincitori appartengono solo alla storia ed anche la fede cristiana ci impone d’altronde la pietà per tutti i morti a prescindere che siano partigiani giusti o assassini, fascisti giusti o assassini, tutti i morti su un unico piano». Via Vico, dunque, per fare spazio al crocifisso. È la pacificazione storica, dei morti tutti sullo stesso piano, del tempo che dovrebbe appianare le differenze. È, in realtà, la guerra dei simboli.

Così qualcuno ieri ha deciso di fare camminare quei simboli. Incappucciare una statua come i torturatori, portando il simbolico nel reale. Il sacco nero cala prima delle 11. I primi a trovare la statua in quelle condizioni sono Giuseppe Ianni dell’Anci e il consigliere Pd Stefano Alberti, attorno alle 10. Da loro partono le segnalazioni. Arriva il capo di gabinetto Daniele Pepe, che segnala la cosa a un dirigente. «Va tolto subito». E il sacco viene rimosso. Fuso nel bronzo il volto fiero di Vico riemerge impassibile. Piace immaginare che una smorfia di sdegno abbia mosso per un attimo il metallo inerte.

Benedetti, contattato da Il Tirreno, prima dice di «rimanere comunque dell’idea di spostare il busto nel museo della Resistenza, una collocazione migliorativa». Il simbolo però lo ha maneggiato lui, ha smosso la terra. E qualcosa è successo. «Credo che sia un gesto da condannare, la Resistenza è stata un fatto storico. Non possiamo disconoscere le stragi naziste: è storia. Se la mia proposta può creare delle difficoltà, fare sì che qualcuno faccia gesti di censura o di violenza, mi fermo qui». Oggi pacifica Benedetti. Per lui Vico può rimanere lì.

La risposta più dura arriva dal deputato grillino Riccardo Ricciardi: «Le idiozie del presidente del consiglio comunale stanno portando a queste conseguenze, forse perch{ vengono ascoltate da persone che hanno confidenza con i cappucci. L’aula del Consiglio si chiama 10 aprile, giorno in cui i riferimenti politici di questo individuo sono stati sconfitti da donne e uomini come Vico che hanno perso la vita per tutti noi, per la democrazia che oggi permette anche a questa gente di esprimere le proprie idee». —



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