Il Tirreno

i furbetti del cartellino 

Chiesta la scarcerazione dei dipendenti indagati

Chiesta la scarcerazione dei dipendenti indagati

Sono almeno dieci le istanze di remissione in libertà. Tutti i presunti assenteisti  ammettono errori formali nelle timbrature, ma nessuna intenzione di truffare l’ente 

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MASSA

Le difese degli impiegati accusati di assenteismo, colpiti da custodia cautelare, stanno presentando le prime richieste di scarcerazione. I legati dei ventinove dipendenti di Provincia e genio civile (ventisei ai domiciliari e tre con l’obbligo di dimora in altra provincia) ritengono che non esista più l’esigenza di limitare la libertà dei loro assistiti, anche perché è caduto il pericolo di inquinamento delle prove, dopo l’interrogatorio del gip Alessandro Trici. Toccherà al giudice decidere se accogliere le istanze oppure no.

Intanto gli indagati continuano a professare la loro buona fede, come ha fatto l’altro giorno il capo della polizia provinciale Giorgio Ceragioli. Il comandante ha detto di aver fatto degli errori formali, ma non si è mai assentato dal lavoro. Quando usciva dall’ufficio di palazzo Ducale era sempre per servizio. L’equivoco è dovuto al fatto che lui firmava al deposito dei mezzi del corpo, quando andava a prendere l’auto. Ceragioli insomma ha replicato punto su punto.

Ma la stessa linea difensiva la stanno seguendo anche altri dipendenti finiti nel registro degli indagati: in pratica non tutti - secondo il contratto -avevano l’obbligo di passare il badge alla fine del servizio esterno. Vizi formali, come quelli che hanno attenuato la misura a Massenzio Lanini (dai domiciliari all’obbligo di dimora) Da qui l’equivoco. Anche perché i casi accertati dalla procura - spiegano - sono pochi. Disattenzioni più che un andazzo, come invece sembra essere per i tre che lavoravano nelle attività familiari. Ma dalla procura ribadiscono quello già detto nei giorni scorsi: gli episodi accertati sono stati quasi cinquemila e duemilaseicento le ore di lavoro sottratte ai due enti. L’indagine però è vero che è durata un anno e mezzo, ma è anche vero che ci sono state delle finestre di buio che sono servite per visionare il materiale acquisito fino a quel momento e per chiedere ulteriori autorizzazioni al giudice. Finestre che sono durate dei mesi, anche perché il nucleo operativo doveva fare anche altro. Quindi in realtà gli episodi sarebbero stati molti di più (probabilmente il triplo) e di conseguenza anche il tempo sottratto al pubblico impiego in realtà sarebbe lievitato almeno di altrettante 2.600 ore. Senza contare che dopo la fuga di notizia la maggior parte dei furbetti si è data una regolata, restando solamente ventinove (quelli ai domiciliari più i tre che hanno l’obbligo di dimora fuori da Massa Carrara) irriducibili del cartellino selvaggio. Ma non solo: per chiarire ancora meglio che quello che è emerso è soltanto una parte di quello che effettivamente succedeva va detto che i militari impegnati in questi accertamenti sono stati molti, ma non moltissimi. Quindi si è andati dietro alle certezze per raccogliere le prove di chi effettivamente si assentava senza alcun motivo. Di chi per una pausa caffè perdeva mezz’ora e per la pausa pranzo addirittura due ore. Oppure di chi bighellonava tra i banchi del mercato il martedì mattina.

Ma poi, spiegano gli inquirenti, tutti avevano la possibilità di usufruire dei permessi previsti dal contratto, anche quello per la pausa caffè, che è di un quarto d’ora. invece per stare fuori più tempo possibile omettevano di strisciare il badge prima di andare al bar. —

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di Redazione web