Il Tirreno

L’indagine del 2011 ignorata dagli enti

D.D.
L’indagine del 2011 ignorata dagli enti

Puccetti e Venturini erano stati monitorati sette anni fa ma senza telecamere. E le prove sulle assenze non si erano trovate

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MASSA

«I controlli, se ci sono stati, non sono serviti a nulla». È questa frase del procuratore capo Aldo Giubilaro che mette il dito nella piaga. Quella che fa più male. Perché l’inchiesta che ha smascherato settanta furbetti del cartellino è partita da una segnalazione confidenziale che riguardava due degli impiegati finiti nei guai: Alessandro Puccetti ed Emilio Venturini. Gli stessi che erano finiti sotto la lente di ingrandimento dei carabinieri sette anni fa. Sempre per lo stesso motivo, dato che anche allora uno serviva ai tavoli del bar di famiglia e l’altro vendeva i giornali nella rivendita della moglie in via Cavour.

Tutti sapevano e nessuno ha fatto nulla. Perché? Se lo chiedono gli inquirenti - anche se in questo caso non sembra esserci reato -, ma soprattutto se lo dovrebbe chiedere l’ente pubblico (e qui qualcosa i controllori potrebbero rischiarla). Sette anni fa Puccetti e Venturini furono controllati senza l’ausilio delle telecamere, anche in questo caso a seguito di una soffiata. Ma entrambi dimostrarono - con gli statini che presentavano ai loro superiori a fine mese - di aver svolto il doppio lavoro senza rubare un minuto all’impiego pubblico. La documentazione fu acquisita dall’Arma che archiviò perché le contestazioni erano infondate. O meglio non erano state provate.

Da quel momento su quei due dipendenti era calato il silenzio, nonostante continuassero a dividersi tra le incombenze di messo giudiziario (Puccetti) e quelle del genio cibile (Venturini) e il privato. Fino all’autunno del 2016 quando qualcuno torna a bussare alla Plava dicendo che non si poteva sopportare quell’andazzo. Stavolta però il tenente colonnello Tiziano Marchi, comandante del nucleo investigativo, dopo aver monitorato il comportamente dei due sospetti ha chiesto di poter utilizzare le telecamere. Il sostituto procuratore Roberta Moramarco ha inoltrato la richiesta al giudice e da ottobre 2016 i movimenti del barista e del giornalaio sono stati immortalati in decine di video. Che hanno confermato l’uso spericolato che quei due facevano dei badge. Non gli unici, però. Dato che è spuntato anche un terzo commerciante, quello che vendeva i mobili. In un negozio frequentato da colleghi e anche da quelli che in teoria avrebbero dovuto verificare che lui si trovasse effettivamente in ufficio. Perché non lo hanno fatto, perché non si sono insospettiti? Domande che si fanno in procura e che si dovrebbero fare anche in Provincia. Perché nessuno non poteva sapere, visto che sette anni fa nonostante non ci siano stati provvedimenti lo scandalo c’era stato.

Ma c’è un altro fatto che deve essere accertato: i tre che svolgevano doppio lavoro avevano comunicato all’ente che le loro famiglie o alcuni dei loro congiunti avevano delle attività sul territorio? Erano incompatibili? Gli inquirenti vogliono capire anche questo e nei prossimi giorni torneranno sia in Provincia sia al Genio civile per acquisire altri documenti. Non è detto che non saltino fuori altre responsabilità: di chi sapeva e si è girato dall’altra parte per non avere problemi, o perché in fondo quei tre erano amici ai quali chiedere un favore quando c’era bisogno di loro. —

D.D.

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